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Testimoni «digitali», Sakineh e Asia Bibi
Accade sempre più spesso, in questa nostra società segnata dalla comunicazione, che le notizie ci invadano la mente, il tempo, la fantasia: ma anche che scorrano davanti ai nostri occhi senza più interpellarci, urgendoci ad una responsabile presa di posizione.
Allora sembra che valga e sia degno di attenzione solo ciò che – nel modo di comunicare – abbia la capacità di scuoterci.

Ho appena finito di vedere, in TV, le immagini sbiadite della presunta confessione di Sakineh. Come se il potere che l’ha condannata a morte abbia bisogno di giustificarsi davanti all’opinione pubblica. Quando sappiamo bene che non interessa affatto a quel potere ciò che l’occidente pensa. Bisogna ricordare a quel potere quanto ha detto Benedetto XVI al suo Presidente, pochi giorni fa: «In alcuni Paesi queste comunità affrontano situazioni difficili, discriminazione e perfino violenza, e non hanno la libertà di vivere e professare pubblicamente la loro fede».
Ho però anche di fronte a me la notizia, sfuggita ai più, soprattutto affastellata tra le tante, senza che se ne potesse dare un rilievo anche emotivo, quel rilievo che merita, della condanna a morte di Asia Bibi. Condanna, forse sospesa, motivata dalla sua fiera volontà di essere fedele a quella religione il cui fondatore, Gesù Cristo, a differenza di Maometto, ha dato la sua vita per salvarla. Tale volontà di fedeltà è stata ripagata con la condanna a morte, perché il suo paragonare Gesù con Maometto sarebbe stato inteso come una bestemmia.


Continua QUI, ove è presente anche l’appello da sottoscrivere.

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