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Manifestazioni
Finalmente lo ammettono anche i giornali. I cristiani sono massacrati. O meglio: riportano il virgolettato, “Dicono che i cristiani sono massacrati“.
Perché lo si scoprisse hanno dovuto morire in troppi, in maniera troppo eclatante per poterlo non vedere.
Eppure c’è qualcosa che non quadra ancora. Un’ansia improvvisa di urlare ciò che si è appena “scoperto”.

Manifestiamo, si dice. Come se quelle morti diventassero invece che il germoglio di una consapevolezza la scusa per potere gridare.
Gridare cosa, altro odio? Non è alla vittime che in questa maniera si fa un favore, ma ai carnefici.

In una certa maniera è la caratteristica di ogni avvenimento della nostra epoca. Se non urla, se non si fa vedere non esiste. Come non esiste l’albero nella foresta che silenziosamente cresce o cade, come non esiste il gatto dentro la scatola. Se non lo vedo non c’è. Pensando, in fondo, che basti avvolgersi un asciugamano intorno alla testa perché la belva cessi di esistere. Se io non posso vedere lei, lei non può vedere me.

E così si scende in corteo, si sbraita nel microfono, si bloccano strade ferrovie aeroporti, si sale sulle sedie e si grida al mondo la propria idea su tutto. Possibilmente in diretta tivù.

Tra poco è l’Epifania. Epi-fania: manifestazione esteriore. Il Verbo si è fatto carne, Dio si è fatto uomo, ma ciò serve a poco se non è riconosciuto. Epifania è il momento in cui Cristo viene scoperto per quello che è: Dio-con-noi, il Re, il Messia.
Un riconoscimento non urlato, quieto, fatto di passi discreti in una stalla di un paesuncolo della più remota periferia. Senza dirette tivù o striscioni, ma con la dignità di chi sa che è più importante quello che si fa di quello che si dice. Figurarsi di quello che si urla.

Quella manifestazione ha realmente spaccato tutto. Spaccato a metà la storia, i nostri cuori, le nostre convinzioni.
Come quella che occorra gridare per esistere.
Non è vero. Noi esistiamo perché qualcuno ci ama.

Berlicche  socio di  SamizdatOnLine

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