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Anno 1854, Palazzo Carignano a Torino. Al parlamento di quello che è ancora un piccolo stato con velleità di crescere si discute di abolizione degli ordini religiosi.
E’ un parlamento un po’ diverso da quello a cui siamo abituati. I suoi rappresentanti sono eletti da meno del 2% della popolazione, spesso con brogli che al giorno d’oggi sarebbero stigmatizzati nella più becera dittatura africana. Appartengono in maggioranza all’elite liberalmassonica.

Sostengono di rappresentare il popolo, ma il popolo che intendono è quello dei loro pari illuminati, non certo quello che Cavour chiama, con disprezzo, “la massa”.

Lo stato piemontese, dicevamo, vuole crescere. Ma non può farlo senza l’avallo e l’aiuto delle autentiche grandi potenze europee: Francia, Inghilterra, Prussia. E queste chiedono delle – chiamiamole così – prove d’amore. Una prima prova è data dalla persecuzione del cattolicesimo, come vuole l’ideologia liberalmassonica che governa quei paesi; intento che ben si sposa con la necessità dei Savoia di eliminare quel millenario Stato della Chiesa che sta proprio in mezzo ai loro progetti di conquista. Una seconda prova è la partecipazione piemontese a quella guerra di aggressione nota come guerra di Crimea. Una guerra costa; e quell’anno le spese militari ammontano quasi al 60% del bilancio statale.
Come finanziare quindi la costosissima campagna militare russa? Prendendo due piccioni con una fava: cancellando un gran numero di ordini religiosi e impossessandosi delle loro sostanze.

Un deputato, per giustificare il furto legalizzato dei beni ecclesistici, accampa questa giustificazione: “La Chiesa rappresentata quale grande istituto di beneficenza è raffigurata nel concetto che meglio corrisponde all’idea del suo fondatore”. Siccome lo scopo del cristianesimo è fare beneficienza, se ai poveri ci pensa lo Stato con la sua “filantropia” la Chiesa non ha più bisogno di sostanze. E quindi può venire abolita e quanto possiede incamerato. La Chiesa “ha sui beni stabili quei diritti che lo Stato trova conveniente concederle“.

Peccato che la Chiesa non sia affatto questo. La Chiesa non è un’agenzia benefica; lo scopo del cristianesimo non è il soccorso materiale agli indigenti. Questo è piuttosto un effetto collaterale, che nasce dal sapersi tutti figli di Dio e quindi fratelli. No, la Chiesa nasce da qualcosa di ben diverso. Nasce da un sepolcro che alcune donne scoprono vuoto, due giorni dopo che vi è stato deposto un uomo che diceva di essere il Messia. Nasce dalle parole di quell’uomo, una volta risorto, a Pietro: “Pascola le mie pecore“. Nasce dalla promessa che anche noi risorgeremo. Non come angioletti con le alucce e l’arpa che bevono caffè su una nuvola ma con un corpo nuovo.
Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede” dice S. Paolo nella sua lettera ai Corinzi. Questa è la nostra fede, ciò che ci fa agire, perchè come lo stesso apostolo lucidamente nota subito dopo “Se i morti non risorgono, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo.”

Così dice Benedetto XVI: “La fede cristiana sta o cade con la verità della testimonianza secondo cui Cristo è risorto dai morti. Se si toglie questo, si può, certo, raccogliere dalla tradizione cristiana ancora una serie di idee degni di nota su Dio e sull’uomo, sull’essere dell’uomo e sul suo dover essere – una sorta di concezione religiosa del mondo -, ma la fede cristiana è morta. Gesù in tal caso non è più il criterio di misura; criterio è allora soltanto la nostra valutazione personale che sceglie dal suo patrimonio ciò che sembra utile. E questo significa che siamo abbandonati a noi stessi. La nostra valutazione personale è l’ultima istanza. Solo se Gesù è risorto, è avvenuto qualcosa di veramente nuovo che cambia il mondo e la situazione dell’uomo. Allora Egli, Gesù, diventa il criterio, del quale ci possiamo fidare. Poichè allora Dio si è veramente manifestato.”

Se quell’avvenimento di Risurrezione non è un presente che vale adesso allora posso fare quello che voglio, perché sono io l’ultimo tribunale. Posso dare tutte le giustificazioni che voglio ad ogni mia nefandezza, posso chiamare pace la guerra e dire amore l’usare chi mi sta davanti.
Il Risorto si fa presente qui e ora tramite quella compagnia di persone nata per fare memoria di Lui, per portare a noi il Suo corpo e il Suo sangue – la Chiesa. Se guardiamo a quella che è stata la vita di Giovanni Paolo II, di tutti i santi che si sono succeduti nei secoli, vediamo che la certezza di quella risurrezione, la presenza di quel Risorto possono rendere veramente la vita degna di essere vissuta.

Non stupisce quindi che chi possiede il potere cerchi in ogni maniera di distruggere l’unica forza in grado di contrastarlo. L’abbiamo visto chiaramente in ciò che raccontavo all’inizio. L’esproprio dei beni ecclesiastici che il parlamento piemontese renderà operativo nel 1855 non basterà a colmare il disavanzo, e la distruzione delle opere di carità inasprirà quella miseria che costringerà all’emigrazione milioni di italiani. Se non c’è Risurrezione è il più forte che vince, e lo Stato che è il più forte può imporre tutto a tutti senza limiti.

Se la Resurrezione è ciò che fonda la nostra fede e il nostro agire, la Pasqua è il momento in cui più di ogni altro ne facciamo memoria. A volte la vita di ogni giorno ci spinge a dimenticarne la realtà, a disperare che tutto debba rimanere uguale. Bisogna che la Resurrezione diventi esperienza, che vediamo quanto può cambiare in meglio la vita per capire che non siamo limitati dalle cose finite.
Che l’infinito è quello che ci attende, una vita che non termina mai.

Buona Pasqua.

Berlicche  socio di  SamizdatOnLine

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