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Assuntina Morresi
Gentile on. Pierluigi Castagnetti,
siamo oramai alla vigilia del voto alla Camera sulla legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento (DAT). Una legge che in molti chiediamo con forza, con motivazioni e argomenti illustrati in tanti articoli e interventi pubblici di ogni tipo, soprattutto dopo la morte di Eluana Englaro; per sollecitare il parlamento ad approvare il testo attualmente proposto all’esame, anch’io ho sottoscritto, insieme ad altre personalità del mondo cattolico, l’Appello pubblicato su Avvenire sabato 12 marzo.

Ho letto con attenzione, quindi, la lettera con cui, molto garbatamente, ha replicato a quell’Appello e ha  spiegato il suo no alla legge, dichiarando una forte comunanza valoriale con chi, come me, lo ha sottoscritto, ma una forte divergenza nelle conclusioni: secondo lei, meglio nessuna legge, in questo ambito così delicato.
Le motivazioni che adduce, però, non mi convincono affatto. La sua lettera merita una risposta articolata: non mi convincono nel merito, e, per quanto riguarda il metodo, mi sembra contraddicano le ragioni stesse del suo impegno politico.
Mi spiego. Lei ritiene che la sentenza Englaro rimarrà, sostanzialmente, un “unicum”, perché riguardava solo quel caso. Ma dovrebbe sapere che non è affatto così. Innanzitutto non stiamo parlando di un pronunciamento di un tribunale civile, ma della Cassazione: l’ultima parola in fatto di giurisprudenza, che può essere superata solamente da un atto del legislatore.

Ma c’è un altro elemento su cui riflettere: la sentenza della Cassazione è stata attuata con un decreto di Corte di Appello che molti hanno cercato di fermare senza riuscirci. Ci hanno provato il governo, il Senato, le associazioni di familiari di persone in stato vegetativo, ma inutilmente. Quel buonsenso, quella coscienza, quell’alleanza terapeutica, quel codice deontologico che lei invoca come “luogo della soluzione di eventuali controversie” sono stati letteralmente stracciati. Non c’è stato nessun provvedimento preso dagli ordini professionali, e anche una denuncia per omicidio nei confronti dell’equipe medica che ha applicato il protocollo di morte è stata archiviata.

Per quale ragione, secondo lei, in casi analoghi, il codice deontologico medico – che non è immutabile – dovrebbe avere la meglio, se non ha avuto la meglio nel caso Englaro? Casi analoghi non sono sorti finora solo perché in questi due anni la legge in discussione in parlamento ha funzionato da deterrente, ma tutto è stato accuratamente preparato perché ve ne siano presto altri.

Dalla morte di Eluana Englaro, infatti, migliaia di testamenti biologici sono stati depositati in tanti comuni – soprattutto da amministrazioni di centrosinistra, col voto favorevole di suoi colleghi di partito – e anche presso associazioni e notai: in assenza di una legge, qualora se ne richiedesse l’esecuzione, ci troveremmo di fronte ad un caos assoluto nel quale singoli medici e singoli tribunali potrebbero decidere assecondando indicazioni eutanasiche, come quelle ricostruite ex post nel caso Englaro. Se infatti la Cassazione ha ritenuto lecite dichiarazioni di volontà desunte in base agli  “stili di vita”, tanto più si tenderà a seguire indicazioni messe per iscritto, o magari anche recitate davanti a una telecamera e riportate in filmati in internet.

Non le sarà sfuggito che per Eluana non c’è stata nessuna forma di consenso informato: i giudici non hanno ritenuto necessario accertare che la ragazza, prima dell’incidente, avesse avuto colloqui con specialisti, per esprimere il suo consenso o meno ad eventuali trattamenti. Per fare morire Eluana, ai tribunali è stata sufficiente la testimonianza su qualche parola scambiata casualmente con parenti o amici, senza sapere cos’è clinicamente uno stato vegetativo, quale livello di coscienza o di dolore possa comportare, ecc.

E i testamenti biologici depositati nei comuni seguono la medesima logica: nella gran parte dei casi non si tratta di consenso informato, ma solamente di dichiarazioni di volontà, per le quali nessuno garantisce che siano state effettivamente supportate da una adeguata conoscenza. Ma grazie a quella sentenza di Cassazione, bastano. Qualunque giurista le dirà che sarebbe sufficiente un’altra sentenza di Cassazione a consolidare prassi eutanasiche nei fatti e nella giurisprudenza. Accadrebbe in Italia quello che già  è accaduto in altri paesi (come l’Olanda, che è arrivata all’eutanasia grazie alle sentenze dei tribunali),  e il parlamento, votato democraticamente  dagli elettori per legiferare, a quel punto potrebbe solo prenderne atto.

Cosa propone lei per fermare tutto questo? Intendo dire proposte concrete ed efficaci, non solo astrattamente coerenti.
Non riesco a capire, poi, perché lei ritenga che d’ora in avanti gli organi di controllo giurisprudenziali sarebbero prudenti, nel caso in cui il parlamento rinunciasse alla legge. E’ esattamente il contrario: di fronte all’inerzia del legislatore, i tribunali sarebbero giustificati a colmare il vuoto legislativo a modo loro, senza alcun possibile controllo da parte dei cittadini elettori.

Ma veniamo al metodo. Lei dice che questa legge, una volta approvata, andrebbe quasi sicuramente alla Corte Costituzionale, con il rischio di essere smontata.
Ritengo questa sua affermazione sorprendente. Innanzitutto, se lei seguisse questo criterio per ogni legge che il parlamento approva, allora, coerentemente si dovrebbe dimettere, perché il lavoro parlamentare è inutile. Ogni legge può essere modificata dalla Corte Costituzionale, dall’inizio della nostra storia repubblicana, eppure il parlamento non si è mai sottratto al suo compito per questo: sarebbe come rifiutarsi di lavorare perché il datore di lavoro in certe condizioni può licenziare.

Se invece ritiene che questo trattamento sarebbe riservato solamente a questa particolare legge, allora ha il dovere di spiegare perché, indicando quali punti le sembrano incostituzionali, e come correggerli. Ma forse lei considera la Corte Costituzionale già politicamente ed eticamente orientata, anzi, prevenuta. Anche in questo caso, come politico, e politico di peso, può decidere di denunciare questo fatto e agire di conseguenza.

Il punto che più mi preme, però, è ancora un altro: vorrei capire se lei è disposto o no a difendere i contenuti di questa legge.
Perché lei può condividere o non condividere i contenuti della legge, ma tertium non datur: e su questo credo che qualunque cattolico abbia un ruolo pubblico abbia il dovere della chiarezza. Se li condivide, come sembra dire, visto che parla di  “forte condivisione valoriale”, allora deve trovare il modo di difenderli anche nelle sue funzioni di parlamentare.
Per capirci meglio:
– è lecito lasciar scritto che in caso di incapacità futura di intendere e di volere, si vuole sospendere alimentazione ed idratazione?
– E’ lecito che le volontà del malato siano vincolanti per il medico?
– I “testamenti biologici” variamente depositati nei comuni o in internet, che valore hanno? E che dire del ruolo attribuito da alcuni magistrati agli amministratori di sostegno?

Queste sono le domande che vorrei porle. Ma potrei riassumerle anche così: quali sono i contenuti valoriali che lei dichiara di condividere, e cosa è disposto a fare, come politico e come deputato, per affermarli e difenderli, oltre all’appello alle coscienze dei singoli? Perché è di questo che tratta la legge sulle DAT, e lei, da parlamentare, su questo è chiamato a pronunciarsi.

Con sincera stima
Assuntina Morresi

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Stranocristiano

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