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Forse tra cento o duecento anni ci sarà chi, guardando a questo momento, si chiederà perché tutto questo è successo. Si chiederà perché nessuno è intervenuto, perché i pochi che ne hanno parlato non sono stati ascoltati.
Perché questo è uno di quei momenti in cui il male sembra vincere. Uno di quei momenti in cui si fa fatica a vedere la Providenza nella storia. Uno di quei punti nel tempo dove la libertà degli uomini pare scegliere non la strada dela luce, ma quella delle tenebre.

Magari tra cento anni ci saranno delle statue a Shahbaz Bhatti. Può darsi che allora sarà onorato sugli altari. Ci sono pochi dubbi che questo politico Pakistano che ha cercato di salvare i suoi fratelli cristiani da una sempre più dura persecuzione sia stato ucciso in odium fidei. E’ possibile che il suo nome divenga guida e segno per un popolo, per chiunque cerchi di portare nei governi e nelle leggi giustizia e verità.

Come è possibile che sia dimenticato. Che ogni cosa da lui costruita sia perduta. Come stanno tentando di fare, abolendo il suo ministero, smettendo di cercare i suoi assassini.

Si fanno film e si scrivono libri su persecuzioni di popoli avvenute in tempi passati, magari ci si straccia le vesti perché coloro che c’erano non si sono comportati come noi sicuramente avremmo fatto. Come noi diciamo che sicuramente avremmo fatto.
E taciamo, fregandocene dell’oggi. O lanciamo sassi contro le sagome che ci mostrano, senza voler vedere che sono di cartone.

In Pakistan è l’ora delle tenebre.
Ditemi, cosa sarebbe questo nostro mondo senza la certezza della resurrezione?

Berlicche  socio di  SamizdatOnLine

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