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di Gianluca Perricone
Tratto da Giustizia Giusta l’1 settembre 2011

Da un articolo pubblicato l’altro giorno dal Fatto Quotidiano, a firma di Mario Portanova e relativo all’inchiesta che coinvolge l’ex braccio destro di Pier Luigi Bersani ed ex sindaco di Sesto San Giovanni, Filippo Penati, abbiamo appreso tra l’altro che, nell’ordine: 1- «difficilmente un eventuale trasferimento di fondi dalle coop alle casse nazionali del partito (Pd, ndr) avrebbe lasciato traccia»; 2- «non esisterebbe alcun “tesoretto” riconducibile a Penati. Gli 8 milioni di euro di presunte tangenti conteggiate dalla Procura di Monza sarebbero state interamente spese per la sopravvivenza del partito milanese nell’arco di dieci anni, e all’ex presidente della Provincia di Milano non sarebbe contestato alcun arricchimento personale»; 3- «Va anche detto che l’accusa di finanziamento illecito dei partiti per Penati ed il suo braccio destro Giordano Vimercati non è stata accolta dal gip Anna Magelli che il 10 agosto ha bocciato la richiesta d’arresto per i due».

Fin qui il Fatto Quotidiano. Però viene spontaneo chiedersi, in modo quasi ameno: se non ci sono tracce del presunto passaggio di fondi dalle coop al Pd, se non ci sarebbero depositi (“tesoretto”) riconducibili a Penati al quale non è stato contestato alcun arricchimento personale, se infine per lo stesso Penati (e per Vimercati) è stata bocciata la richiesta di arresto per l’accusa di finanziamento illecito ai partiti, di cosa stiamo parlando da settimane? E, soprattutto, perché il Pd si ostina a chiedere all’interessato ‘passi indietro’? E le presunte mazzette, che fine avrebbero fatto?

Dice Bersani: «presunzione di innocenza sì, però passi indietro». Perché mai – ci si chiede in modo sempre ameno – si richiedono ‘passi indietro’ a chi non ha commesso alcun reato, almeno fino a sentenza definitiva di condanna? Si è forse a conoscenza di situazioni di fronte alle quali il ‘passo indietro’ è l’unica via di salvezza? O forse ci si ostina ad essere convinti che la strada maestra sia quella di permettere al primo togato che capita di decidere le sorti di amministratori e politici a prescindere dalla loro colpevolezza?

Bersani teme forse che questa situazione possa incidere negativamente sulle sue possibilità di essere il prossimo candidato nella corsa a Palazzo Chigi, magari a favore di quella Bindi che vuol far credere che la sigla Pd sia cosa diversa da Ds o Pds.

A noi è piaciuta una frase della lettera inviata l’altro ieri ai vertici milanesi del Pd dallo stesso Penati il quale, oltre a dichiarare di non essersi arricchito con la politica e di essere pronto a rinunciare alla prescrizione per chiarire l’intera vicenda, scrive: «Chiedo alla politica di essere garante anche nei miei confronti del diritto che ha ogni cittadino di poter svolgere una difesa efficace e di non subire, soprattutto nella fase iniziale dell’indagine, pressioni politiche o non politiche di alcun genere». E per ora ci fermiamo qui.


Da QUI.

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