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Quello della farfalla è forse uno tra i più noti esempi di metamorfosi. Il bruco, un essere molle e quasi completamente privo di zampe che suscita sentimenti tutt’altro che benevoli, alla conclusione della sua esistenza da essere strisciante, si trasforma in una farfalla dal volo grazioso e dai colori brillanti; quasi il simbolo stesso della bellezza della natura. Questa metafora, rivisitazione della favola del “brutto anatroccolo”, è il filo logico alla base de “Il circo della farfalla” (Butterfly circus), un cortometraggio che annovera nel suo cast un attore più unico che raro: Nick Vujicic.

Il film racconta la svolta del protagonista, un uomo ridotto all’esaltazione del raccapriccio, un fenomeno da baraccone che, dopo l’incontro con il misterioso direttore del Circo della farfalla, ritrova la propria umanità e la propria dignità. Questa storia, che uno sguardo superficiale potrebbe accantonare come l’ennesima opposizione alle discriminazioni propone, in realtà, diversi punti di riflessione.
Nick Vujicic recita la parte del suo stesso opposto, mostrando al pubblico chi egli sarebbe stato se il nichilismo avesse vinto su di lui: un uomo che non riconosce più nemmeno sé stesso. Tale è il posto che il mondo materialista gli ha riservato che si arrende allo sguardo superficiale di chi lo considera un mostro, uno scherzo di natura, uno buono solo a divertire gli occhi di chi paga un biglietto. Lui stesso non solo si guarda con quello stesso sguardo di disgusto, ma inizia anche a guardare i suoi spettatori con odio.
Il mondo, in queste condizioni, si trasforma in un inferno di disprezzo dove i deboli sono costretti ad invidiare i forti e i forti a disdegnare i deboli. Non dobbiamo però pensare soltanto a chi nasce con un handicap. Spesso, anche per via di un certo buonismo, chi ha un grosso handicap può fare leva sul rumore mediatico che i casi come il suo suscitano.
Quante volte i telegiornali imbottiscono la loro scaletta delle storie incredibili di chi fa una vita “normale” nonostante il suo handicap? Il debole accolto tra i forti perché si è fatto forte e non perché umano. In quel cortometraggio il protagonista non è soltanto Nick Vujicic ma anche coloro che pur essendo “sani” sono stati incasellati materialisticamente tra i “deboli”: dallo studente stritolato dal regime universitario, allo spazzino di periferia che sognava di fare l’astronauta. Per un mondo dove conta quanto ti puoi sballare e quanto puoi guadagnare loro sono vermi, insignificanti, inutili.
Eppure c’è chi conosce la storia del bruco e vede la sostanza di una farfalla in tutti loro: il valore intrinseco che ogni vita ha. Il direttore del Circo della farfalla è la personificazione di uno sguardo totalmente estraneo al mondo, che conosce il cuore dell’uomo e sa pertanto che non vi è esistenza priva di senso, che siamo tutti mattoni utili per costruire la casa, anche i mattoni che non sono buoni neanche per riempirci i fossati, perché «la pietra che i costruttori hanno scartata, è diventata testata d’angolo». Se non vi fosse quello sguardo, lo sguardo che incontriamo nell’oratorio di una parrocchia, negli occhi di un Don Bosco o di un Padre Aldo Trento, gli inutili dove sarebbero? Nel migliore dei casi rinchiusi da qualche parte, lontani dagli occhi di chi si vuole divertire, se non eliminati prima ancora di nascere o in un momento in cui l’impatto con la loro situazione si traveste da una pietà che pone fine alle sofferenze altrui a modo suo. Sarebbero visti, al più, come macchine rotte che sarebbe meglio rottamare per non prolungarne l’agonia. Quello sguardo però c’è e abbraccia l’umanità ferita dalla sofferenza invece di nasconderla o di cancellarla.
Nel Circo della farfalla si esibiscono uomini che hanno visto la loro umanità riflessa nello sguardo di chi sapeva realmente vedere: c’è l’ubriacone rissoso, la ballerina incinta, lo storpio. Tutte persone che celano una immensa bellezza nella loro umanità fragile. Una bellezza che si manifesta ad uno sguardo diametralmente opposto a quello di chi riduce la fragilità umana ad un oggetto da osservare per il proprio diletto, una parata di cadaveri sezionati e deturpati della loro identità allo scopo di trasformarli in “cose”.
Nick Vujicic è nato senza arti ma, come dichiara sul suo sito internet, ha vinto sulle sue difficoltà grazie alla sua fede in Dio. Nel suo ruolo di attore mostra che lo sguardo di chi riesce a distinguere la bellezza dell’umanità, anche nel bruco strisciante, cambia l’esistenza del bruco stesso, fa ritornare a sorridere e a vivere con allegria ed intensamente una vita da farfalle.

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