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Isabella Ferrari che attacca il “degrado morale” delle tv commerciali poi appare in tanga in uno spot di intimo e parla di “diritto a svestirsi”
di Stefano Filippi
Tratto da Il Giornale del 27 settembre 2011

Lei si alza dal letto stringendo il reggiseno al petto mentre uno stanco lui resta tra le lenzuola, presenza superflua in una stanza dominata da tende, specchi, stucchi, un lusso signorile e un tantino ridondante. Invece non sovrabbonda per nulla lei, che in una luce soffusa si avvia ancheggiando sui tacchi verso un elegante comò in stile, esibendo un «lato B» impeccabile e ammiccando alla telecamera. In un raffinato gioco di specchi giocherella con la lingerie, poi si avvia nuda verso la piscina dove l’inutile lui la abbandona. Fine dello spot Yamamay firmato Paolo Sorrentino in onda da qualche giorno in tv.

Il corpo femminile ancora in primo piano, sfruttato, mostrato con sensualità, filmato con classe ma pur sempre usato come richiamo commerciale per una pubblicità di biancheria intima. E lei chi è, una fanciulla abituata a sfruttare le proprie grazie? Una velina, una meteorina, una lolitina, una tarantina? No. È una delle attrici italiane più «impegnate». Una che lotta contro lo sfruttamento dell’immagine della donna, che ha urlato «siamo tutte Rosy Bindi» ed è scesa in piazza al grido di «Se non ora quando?». È Isabella Ferrari, splendida quarantasettenne, tonica e levigata senza rughe né cellulite. I pubblicitari fanno sapere che ha rifiutato di essere ritoccata nel post produzione perché «vuole mostrarsi per quello che è». Si è mostrata tutta.

Dove sono finite le rivendicazioni femministe? E il nuovo bacchettonismo radical chic? La deriva neopuritana di chi rimprovera il degrado morale provocato dalle tv commerciali? La Ferrari dà lezione dal suo pulpito moralisteggiante: «In un’epoca di svendita del corpo siamo tutti un po’ nauseati, ma una donna ha comunque il diritto di vestirsi e svestirsi, di innamorarsi e amare e io voglio stare in tutto questo nella sua pienezza, nella complessità dell’essere femminile che sento di avere, mentre le donne che usano solo il corpo hanno un linguaggio povero, riduttivo».

Insomma, una velina che si spoglia è nauseante, mentre se lo fa un’attrice reduce dal Palasharp e che magari legge Kant fino a notte fonda è arte, e la scena (censurata) di sesso bollente con Nanni Moretti in Caos calmo è espressione di cultura.

Forse non è la stessa Isabella Ferrari che, quando ancora si chiamava Fogliazza, fu eletta Miss Teenager a 15 anni, a 16 si fidanzò con il cinquantenne Gianni Boncompagni e divenne famosa con i film dei Vanzina e i fotoromanzi. Anche lei ha usato la bellezza per fare carriera rinnegando poi il passato. Oggi la Ferrari sfoggia conformismo intellettuale, fa i girotondi, recita con registi à la page, calca i teatri leggendo brani di Indro Montanelli assieme a Marco Travaglio, manifesta contro i tagli ai fondi per lo spettacolo, fa la testimonial del Fatto Quotidiano, addita come miti femminili la Magnani e la Mangano. Ma alla fine, se gli chiedi perché si spoglia, risponde come una valletta qualunque che deve lanciare un calendario: «Il corpo femminile è nudo, principalmente».

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