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SamizdatonlineIn uno scambio di opinioni sulle recenti “rivoluzioni” mi sono lasciato andare ad un giudizio. Ovvero che non conosco una sola rivoluzione che non sia stata una truffa. Ma, e la rivoluzione americana, mi è stato fatto notare? Ah, la rivoluzione americana…
La rivoluzione americana intanto non è stata una vera rivoluzione, e poi di altarini ne ha davvero parecchi.
Tant’è che, a parte pochi miti che sono appunto, miti, su tutta la faccenda c’è una sorta di silenzio imbarazzato. Eroica guerra contro l’oppressore, padri fondatori, ecc. ecc… uno penserebbe che letteratura e cinema ci vadano a nozze. Non é proprio così.

Intanto sgomberiamo il campo da qualche falsa nozione: la vera causa della guerra non furono le oppressive tasse e il brutale trattamento dei coloni da parte degli inglesi. In un certo senso l’opposto.
Prima del 1763 non c’erano mai state opposizioni particolari alle tasse imposte dalla madrepatria. Questo perché le tasse erano davvero bassine e l’Inghilterra, saggiamente, aveva adottato un regime di “salutare dimenticanza“.
Le regolazioni del commercio erano raramente imposte e in ogni caso pochissimo rispettate. In effetti gran parte delle fortune delle colonie e di chi ci aveva a che fare erano costruite proprio sul contrabbando, sulla corruzione o comunque sull’ignorare consapevolmente le disposizioni amministrative di Londra. Che, non avendo le risorse per farsi rispettare, saggiamente manco ci provava.

Verso la metà del 1700 il territorio dell’Ohio, ricco di risorse, era reclamato dalla Francia, ma ambito dai coloni. I francesi erano alleati agli indiani locali; i coloni Virginiani, che invece su quelle terre avevano idee loro, i nativi Americani volevano farli sloggiare. Così, dopo anni di provocazioni, la milizia della Virginia (guidata da George Washington) attaccò le truppe francesi là residenti. Sebbene nè Francia nè Inghilterra avessero particolare voglia di intraprendere un conflitto, un simile affronto non poteva non avere una risposta. Gli atti di guerra dei coloni furono casus belli per la Guerra dei Sette anni tra gli Inglesi e i Francesi, supportati da larga parte delle nazioni indiane. Vinsero gli inglesi, che ne approfittarono anche per attaccare e cacciare gli spagnoli dal sud.

Nel 1763, alla fine della guerra, i territori inglesi si espandono a dismisura. Da essi cacciano o sterminano gli indiani (anche diffondendo il vaiolo a bella posta) e i cattolici (che nei domini inglesi non hanno diritti civili). Ma è proprio il successo in quella guerra il seme di quello che accadrà poi.

In seguito alla vittoria nella guerra dei sette anni e al trattato di Parigi del 1763 gli inglesi aggiunsero una larga fetta di America (Canada, il territorio tra gli Allegheni e il Missisipi, Cape Breton, Florida) ai loro territori già estesi.
Il lato negativo era che si erano indebitati fino al collo. Le rivolte indiane risucchiavano immense risorse, ma i coloni (i diretti beneficiari della guerra appena conclusa) praticamente di tasse non ne pagavano…
Così Londra, per sanare il bilancio, propose atti in favore dei nativi americani e cercò di fare pagare le tasse anche ai ricchi coloni.

Gli americani erano però abituati a non pagare. L’avreste fatto, voi, quando l’agente delle tasse non vi insegue, non tiene un registro su di voi, e può essere evitato o quantomeno corrotto? Così anche le minime imposte che si volevano proporre ai coloni causarono il genere di reazione che in genere hanno i tentativi di disciplinare un bambino viziato: mugugni e rivolte.
E l’Inghilterra che fece? Le ritirò.
Sì, avete capito bene: gli inglesi si rimangiarono le tasse proposte, nonostante il fatto che una delle cause principali del debito contratto fossero proprio i coloni. Le tolsero… ma non tutte.
Lasciarono la tassa sul tè (il tè era una moda tra i ricchi coloni). Per rammentare agli americani il fatto che dovevano ancora rispondere al Parlamento inglese. Tassa minima, che fu successivamente alleviata dal permesso di importare il tè a prezzo di favore direttamente dall’Asia a carico della Compagnia delle Indie.

Paradossalmente fu proprio quest’atto, che consentiva agli americani di avere tè a prezzo di favore, a causare il maggior danno. Metteva infatti i bastoni tra le ruote ai ricchi contrabbandieri che costituivano il nerbo della borghesia locale, e la conseguenza fu il Boston Tea Party: coloni travestiti da indiani distrussero il tè della Compagnia delle Indie nel porto di Boston.

A questo punto gli inglesi ne avevano abbastanza. Imposero una serie di leggi per cercare di arginare la crescente disobbedienza, i cosiddetti “Atti coercitivi”. In cosa consistevano? Nella virtuale chiusura del porto di Boston, nella proibizione di tenere riunioni politiche in Massachussets, nel permettere lo stazionamento di truppe britanniche nelle città coloniali e  il diritto dei soldati inglesi ad essere giudicati in Inghilterra per eventuali crimini commessi. Fu però il quinto atto quello che suscitò maggior rivolta: il permesso concesso ai cattolici del Quebec di praticare la loro religione e partecipare anch’essi alla vita pubblica.

Questo i “libertari” coloniali non potevano sopportarlo. John Higham parla dell’anticattolicesimo come della “più prospera, tenace tradizione di agitazione paroica nella storia americana”. Diritti ai papisti? Non sia mai! Guidati dai bostoniani, che avevano di più da perdere degli altri se il Quebec entrava in concorrenza, i coloni cominciarono ad armarsi…
E fu Rivoluzione! Una rivoluzione che garantisse a tutti (e soli) i ricchi, bianchi, protestanti anglosassoni la libertà, ovvero non pagar tasse a Londra ladrona, cacciare i cattolici e sterminare gli indiani. Di sangue ne scorse parecchio, ma ci riuscirono…
E fecero l’America.

Berlicche  socio di  SamizdatOnLine

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