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Perché non muoia l’essenziale, l’ideale e le relazioni che lo fanno essere
Cosa c’è in ballo? Ideali e rapporti. Ciò per cui, soltanto, vale la pena dare la vita. «Quello che è stato fatto in Lombardia è frutto della mia famiglia ed è un bene per tutti. E lo difendo». Lettera a Tempi.


Caro direttore,
Nel seguire sulle pagine del suo e di altri giornali la cronaca di quanto sta succedendo in Lombardia, vorrei tentare di focalizzare cosa c’è in ballo, provocato da tanti amici che pongono domande in merito. Per questo motivo, prenda questa mia lettera come quella di un cattolico romagnolo che percepisce che qualcosa di sé (di suo) oggi è in discussione. Sì, perché proprio questo ritengo essere il punto della questione: ciò che si gioca in Lombardia oggi è, in qualche modo, la revisione di un pezzo di storia alla cui origine stanno due aspetti considerati normalmente astratti, e che invece sostanziano la vita quotidiana di tutti gli uomini: l’ideale e le relazioni umane, o meglio, l’inscindibile, materiale, vitale legame che unisce le due cose.

Partiamo dalla prima grande questione “astratta”: l’ideale. Le confesso che quando uso questa parola con amici della mia età, padri di famiglia, vedo calare sui loro occhi una coltre di tristezza, che subito scivola via per non diventare nostalgia, un po’ come si tace di una speranza ineffabile, d’altri tempi, o, molto di più, un po’ come si tace di un’onta. Ecco, una vergogna. Sì, perché ammettere che l’ideale del cristiano nel mondo coincide con il tentativo di “rispondere al bisogno della Chiesa” non è cosa da poco, per noi poco coerenti. Quanti di noi, cattolici, si alzano la mattina con questa preoccupazione? Il bisogno della nostra famiglia Chiesa!

E di cosa ha bisogno la nostra famiglia? Che si testimoni Cristo nella vita comune e soprattutto in quello che nella vita comune è più stimato: il lavoro, «che è la religione di oggi». Sembra che siamo ormai condannati tra la vergogna della nostra incoerenza e il cinismo del mondo, che assorbiamo a pieni polmoni. E così, pur usando le parole giuste, il motivo della nostra azione è altrove.

Qualche tempo fa don Giussani ci ricordava che «la paternità genera l’io; anzi l’autorità genera l’azione dell’io, genera non l’io, ma l’azione dell’io». Mi sono chiesto perché questa correzione in tempo reale, mentre stava parlando: non l’io, ma l’azione dell’io. Perché quello che tu sei lo si vede da ciò che fai. Non da ciò che fai, ma dal motivo per cui lo fai, che gli dà la sua “forma” caratteristica. Lo “informa”.

Veniamo a noi: la Regione Lombardia, è stata “informata” da un ideale che non ha avuto paura di sporcarsi le mani (in tutti i sensi) per dare gambe, parole, risorse, immagini a un ideale di sussidiarietà che è la forma più adeguata attraverso la quale “dimostrare” al mondo la convenienza “sociale” dell’ideale cristiano. Nel fare ciò, tanti hanno usato le parole per perseguire altro. Ma questo non toglie il fatto: vent’anni di costruzione civile, sociale, e perciò politica in nome di un ideale. Per questo, chi se ne approfitta, chi se n’è approfittato, ha commesso un delitto grave: perché così facendo ha contribuito, con il mondo, ad ammazzare l’ideale e a promuovere il cinismo di tutti.

Che un prete parli di Gesù Cristo, tutti lo danno per scontato, ci diceva il Gius: «Ma non è scontato che una giovane laureata in ingegneria che lavora all’Iri, sempre lieta, sempre puntuale al suo lavoro, discutendo della costruzione della strada Livorno-Civitavecchia con i capi dell’azienda, dica che è dedicata al Signore e che vive una vita di verginità. Questa è la testimonianza di cui c’è bisogno oggi».

Nel lavoro. Questo è il compito di ciascuno di noi; in questo consiste l’utilità della nostra vita cristiana nel mondo, la sua pienezza, il suo senso. Prima e dentro il marcio che è in noi.

Ma in questo compito (che è di tutti noi), oggi sembra sorgere un’emergenza, un’impellenza storica, una particolare richiesta a voi, politici, voi che ci guidate e che avete grandi responsabilità rispetto alla modalità con cui l’ideale può dare forma al nostro vivere civile. In questo povero momento storico del nostro paese, sembrerebbe quasi che Dio vi abbia fatto uno strano privilegio: indicare con ancor più radicalità un’alternativa al moralismo, all’immoralità e al cinismo imperanti. Rispondete con coraggio a questo appello, che vi viene dal basso, ma (sembrerebbe) anche dall’Alto. In questo momento di desolante deperimento dell’umano, la cui massima espressione (nei vertici e negli sprofondamenti) è la politica, sembra che abbiate l’occasione di testimoniare quella verginità (quella “tensione” al bene, al giusto, al vero) che ci fa respirare e ci ridà un volto umano. Che occasione unica e irripetibile: mi sembra incomparabile rispetto alle cose che vi tentano. Oggi.

«Chi faceva la battaglia sotto Vienna per Sobieskj, dava la propria vita a Sobieskj, anche se l’ha data per la civiltà occidentale o per la Chiesa di Dio»: oggi c’è una nuova Vienna, in cui i nemici sono meno gretti e meno definiti. E oggi (tragedia nella tragedia) non ci sono più generali credibili. Sta a voi, in particolare: è il momento del vostro particolare sacrificio. Strano privilegio. E potremmo seguirvi.

E noi?
Veniamo alla seconda, grande, desolante, vergognosa questione “astratta”: la forma che la testimonianza cristiana deve prendere di fronte al mondo si chiama “unità”. Il mondo fa di tutto, soprattutto oggi, per distruggerla, ovunque si presenti. Quel mondo che, come Cristo ha ricordato prima di morire, è nelle mani del maligno. Il diavolo divide (lo dice il verbo greco da cui deriva), cioè spezza i legami, le unioni. La più grande devastazione (mai vista nella storia prima di questa postmodernità) è la facilità con cui le relazioni si cancellano, anche le più intime, le più fondamentali per la propria identità: padri, madri, mogli, mariti, figli, amici. Tutto si liquefa. Come fossimo cani. Cinismo. E allora è bestiale vedere come si possa giudicare le azioni del figlio, del marito, del padre a prescindere dal fatto che sono figlio, marito, padre. Così come è bestiale vedere il disorientamento di tanti cristiani che, notando l’incoerenza dei propri maestri e delle proprie guide, sono lì lì per mandare all’aria tutto quello che, in nome dell’ideale, essi hanno fatto. Che “abbiamo fatto”.

Il diavolo è forte: non ha paura di te o di me. Ma di noi sì.
Quando permettiamo che le relazioni vengano martoriate da altri interessi è l’inizio della fine. Di questo dobbiamo preoccuparci, soprattutto perché, di fronte ai sacrifici che oggi si prospettano e che ancora facciamo fatica a prevedere nella loro terribile portata umana e sociale, il rischio è quello di un inesorabile ritorno alla barbarie.

Occorre che i cristiani sentano la responsabilità di testimoniare questo nel mondo: e la loro unità è il segno, rivoluzionario e mortificante al tempo stesso, del “comandamento nuovo”: quello che è stato fatto in Lombardia è frutto della mia famiglia, cattolico romagnolo e, proprio per questo, è un bene per tutti. E lo difendo, perché non muoia l’essenziale, l’ideale e le relazioni che lo fanno essere. Per il bene di tutti.

Non possiamo decidere la posizione di battaglia in cui Dio intende posizionarci, ma «quelli che geograficamente (non nello Spirito) sono nelle retrovie, lo sono per sostenere quelli che sono con le armi in pugno».

Pierpaolo Bellini – Tempi


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