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di Andreas Hofer

Di rado si presta attenzione alla progressiva estensione della scortesia in tutti i campi della quotidianità. Prorompe ovunque un’istintività immediata e aggressiva, in particolar modo nelle relazioni di coppia, connotate da rudi e reciproche sgarbatezze. Ormai definitivamente pensionati alla stregua di vecchie anticaglie i desueti costumi della discrezione e della delicatezza, della finezza e del tatto, una barbara schiettezza tra i sessi si è imposta in luogo della sana, garbata cortesia d’un tempo. In sua vece è subentrata un’arida contabilità domestica la cui funzione sembra però più analoga a quella svolta dalla tregua nel campo dei conflitti armati…

Osteggiata anche da certo femminismo militante, la cortesia si è perfino vista accusare, come ha scritto Pierre Bourdieu, di essere lo stolido instrumentum regni al soldo di  una «visione androcentrica», d’aver tracciato una specie di ancillare «confinamento simbolico» della donna, rinchiusa in «recinto invisibile» a suggello del «dominio maschile». (P. Bourdieu, Il dominio maschile, p. 38).

Con garbo, senza piagnistei o chiassose rivendicazioni la cortesia sembra ormai essersi dileguata dal nostro mondo. Com’è nel suo stile, del resto.

Quanto però questa silenziosa uscita di scena potesse impoverire le nostre esistenze lo aveva già presentito la riflessione condotta dal limpido genio religioso di Romano Guardini.

La cortesia tra i sessi,  osserva innanzitutto Guardini, non sorge come legittimazione dell’ancestrale sottomissione femminile ma, al contrario, col decadere della violenza predatrice dell’uomo. Il seme della cortesia matura laddove il desiderio maschile, dismesse le vesti brutali della conquista e del rapimento, acquisisce la coscienza della donna come creatura di pari dignità morale. La natura personale della donna esige che in lei si veda un essere autonomo e indipendente, per nulla alienato, vinto o passivo, del quale non è concesso disporre a proprio piacimento.

Ciò è reso possibile, avverte Guardini, solo mediante la rivelazione cristiana, che ci «fa consapevoli che la personalità è qualcosa che non è proprio […] soltanto dell’uomo, bensì anche della donna – cioè dell’essere umano in senso puro e semplice». Da qui emerge che in linea di principio il vero soggetto della cortesia è la persona, vale a dire «quella libertà, dignità e irripetibile unicità dell’essere umano, fondata nello spirito, che va al di là della mera individualità»  (R. Guardini, La cortesia, in Etica. Lezioni all’Università di Monaco (1950-1962), a cura di Hans Mercker, Morcelliana, Brescia 2001, p. 855).

Lo spirito cortese scaturisce dalla prossimità a quella inclinazione dello spirito che Simone Weil ha chiamato «attenzione creatrice», discende dall’atto sacrificale con cui chi si trova in posizione di supremazia rinuncia all’esercizio della forza dominatrice per serbare e proteggere la dignità del debole. Così, con il declino della volontà di potenza, l’alleanza tra forza e sacrificio di sé «consentirà a un altro essere, diverso da lui, di esistere indipendentemente» (S. Weil, Attesa di Dio, Rusconi, Milano 1972, p. 113). Solo allora, con l’ascesa di questa unione di nuova lega, calco dell’amore come elezione vicendevole, libera e personale, la cortesia «diviene un elemento del corteggiamento, che rende efficace il reciproco accostarsi e, al tempo stesso, lo vincola a certe forme» (R. Guardini, op. cit., p. 854).

Diffusasi in tutta la Cristianità dopo una paziente gestazione nei chiostri benedettini, la cortesia è stata la riservata nutrice della civiltà occidentale. Come testimonia la parola stessa, la «cortesia» apparteneva alla «corte», feudale prima e rinascimentale poi, come comportamento richiesto dal riguardo nei confronti del re (anche il termine tedesco impiegato da Guardini, Höflichkeit, richiama in radice Hof, «corte»).

Nella concezione antica il regnante assolveva una funzione vicaria della divinità, reclamava rispetto per se stesso in quanto manifestazione dell’Altissimo. La cortesia aveva per oggetto anche l’irradiazione che dal re promanava per poi proiettarsi sull’esistenza terrena. Questo spiega perché fosse considerata il cardine della vita individuale e sociale: trattarsi con reciproca cortesia appariva come un riverbero della presenza regale cui ognuno, quale che fosse la propria condizione sociale, in certo qual modo partecipava.

La nobilitazione dello spirito umano, l’aspirazione a una sintesi vivente di moralità e bellezza come forma dei rapporti umani. Questo era l’anelito profondo all’origine dell’ideale della cortesia cortigiana.

Un ulteriore fattore all’origine della cortesia tra uomo e donna, osserva ancora Guardini, può trovarsi nella tensione intercorrente tra i due poli, il maschile e il femminile, dell’esistenza umana. Nella natura femminile l’uomo avverte la presenza di un enigmatico mysterium mulieris, percepisce confusamente una dimensione a lui sfuggente, misteriosa e incomprensibile quanto il flusso imprevedibile di una forza primordiale e, perciò, potenzialmente pericolosa. Sembra risiedere nella donna «una consapevolezza immediata della vita fisica, psichica, come pure misterico-religiosa: delle sue sorgenti, dei pericoli che la minacciano, del suo corso e del suo senso… Conseguentemente, essa gode di un’immediata relazione al divino, il che la fa apparire come depositaria di saggezza e di potere numinoso; come custode della tradizione, cioè di quanto era più antico e per ciò stesso più vicino alle sue origini» (Ivi).

Forza numinosa, tanto vigorosa da incutere rispetto e placare gli istinti di dominazione maschile sotto forma di timore soggiogante. Ma anche potenza anfibia, capace sia di promuovere come di danneggiare la vita, di elevare a vette eccelse e sublimi come di precipitare in profondità abissali e divoranti. Questa indecifrabile alchimia che nel medesimo istante tramuta l’oggetto amato in ciò che può essere perduto ha indotto anche il grande G. K. Chesterton a soffermarsi, in un fugace passaggio della sua Autobiografia, sul «turbamento possente e glorioso dell’amore della donna: che ha qualcosa di nuovo, compresso e cruciale; cruciale nel significato vero, cioè vicino come Cana al Calvario». Da qui, dalla considerazione della donna come mater, grande matrice detentrice dei segreti della vita e della morte, ordinatrice della fecondità cosmica, si sviluppa nell’uomo un atteggiamento di riguardoso rispetto.

Il comportamento cortese non solo contribuisce ad alleggerire le tensioni della polarità sessuale ma esprime la volontà di stabilire una distanza, condizione indispensabile per la creazione di uno spazio di libertà per l’altro, permettendogli così di respirare liberamente senza l’assillo di una troppo asfissiante vicinanza.

Nella cortesia c’è decisamente più di quanto a prima vista appaia.

Generata dal connubio tra l’amore e la moralità, la cortesia si trova alla confluenza tra esteriorità (buone maniere, comportamenti garbati, gentilezza) e interiorità (considerazione per i desideri e i sentimenti altrui). Val poco infatti far mostra di avere ottime maniere se non si possiede anche un animo cortese, carico di giovialità e buonumore, mosso dalla pronta sollecitudine con cui ci si prende cura dell’altro. Fatalmente la sola forma, priva di slancio interiore, degenera in vacua e artificiosa formalità codificata, talvolta perfino fredda e ostile. La “base morale” dello spirito cortese sta invece nel il desiderio di farsi prossimo, di farsi incontro ai propri “compagni in umanità” con la volontà di creare uno spazio di vita accogliente.

Ha scritto la psicologa Giovanna Axia che «la cortesia non è certo uno di quei fenomeni che scuotono le radici dei destini umani. No, la cortesia è un fenomeno semplice, inventato dall’umana saggezza per alleggerire la strada che si percorre in compagnia. Si potrebbe vivere senza la musica di Vivaldi, ma si vivrebbe peggio». (G. Axia, Elogio della cortesia, il Mulino, Bologna 2003, pp. 11-12). È virtù semplice e spicciola, la cortesia: alla maniera di una benefica “polvere sottile”, presenza infinitesimale del bene allo stato puro, impregna i rapporti umani del suo aroma quasi impercettibile per offrire un indispensabile contributo all’innalzamento della “temperatura umana”. Anche Dio non disdegna talora di manifestarsi attraverso il delicato sussurro di una brezza (Cfr. 1 Re 19,12). Perché dunque non vedere nella cortesia uno di quei microsegni – uno sguardo, un sorriso, una parola – apparentati al «vento leggero» della Scrittura?

Si è già detto che come forma delle relazioni umane, non solo tra uomo e donna, il nucleo centrale della cortesia poggia sul desiderio di conferire alla bellezza il posto d’onore nell’esistenza, per renderla così più conforme al pregio e alla dignità della persona. «La cortesia è bella – ci dice ancora Guardini – e rende la via bella. Essa è «forma»: atteggiamento, gesto, azione, le quali cose non soltanto tendono a dei fini, ma esprimono un significato che è per se stesso pregevole, quello appunto della dignità umana» (R. Guardini, Cortesia, in Virtù, Temi e prospettive della vita morale, Morcelliana, Brescia 2008 (5a ed.), p. 149).

Ci si può chiedere a questo proposito quale sia l’utilità della cortesia. A che “serve” essere cortesi? Questa domanda però contiene già in sé un’indicazione ingannevole, perché della cortesia si può dire che abbia un senso e un significato più che uno scopo o una funzionalità pratica. La sua essenza – e ciò la accomuna all’arte e alla liturgia – sta proprio nell’appartenenza al campo del superfluo, del non utile per definizione. E se la bellezza è il fulgore della forma, splendore trionfante della forma sulla materia debitamente proporzionata, di quali meraviglie si screzia la cortesia, questo stile di vita “liturgico” improntato all’eleganza cerimoniale? Vi rifulge qualcosa di quello «splendore gratuito, spreco delicato, più necessario dell’utile» attribuito da Cristina Campo alla liturgia.

Ecco perché la cortesia non serve a qualcosa ma piuttosto serve qualcuno. Implicito omaggio consacrato all’infinita dignità della persona, testimonia che ogni essere umano – immagine del Dio vivente e perciò da onorare come un erede al trono, non da consumare come un bene fungibile – è un “articolo” unico e insostituibile. La vita come “liturgia cortese” è un’esistenza affrancata dalla tirannia dell’avere, emancipata dalla sete di dominio e possesso sostituitasi nel nostro mondo all’istinto di comunione profonda. Questa può essere assicurata solo da legami interiori, vivificati da quella scintilla di curiosa benevolenza che sta al fondamento della cortesia.

Non a caso, osserva nuovamente Guardini, cortesia e comprensione sono assenti nel mondo animale. La brulicante, frenetica attività di un formicaio non ne ha alcuna necessità: la convivenza delle formiche è assicurata dall’istinto, lo stesso per cui ciascuna di esse svolge il compito dettatole dalla necessità naturale. Nell’uomo invece vive lo spirito, dunque la libertà. Perciò la convivenza sociale nel suo caso non è un frutto elargito spontaneamente dalla natura ma l’esito, sovente tormentato e mai pienamente realizzato, di un lungo e paziente processo che l’uomo «realizza anche per mezzo delle forme spicciole di educazione, cioè con la cortesia» (Ibid., p. 146).

L’invasione della scortesia è quindi il marchio di un’umanità assimilata a falansterio, termitaio o alveare, dominata da relazioni quantitative, spinta all’azione da un febbrile istinto di accumulazione di beni terreni. Come se la quantità dell’avere potesse determinare la qualità dell’essere…


Fonti:

http://costanzamiriano.wordpress.com/2012/06/26/apologia-della-cortesia-parte-1/

http://costanzamiriano.wordpress.com/2012/06/27/apologia-della-cortesia-parte-2/

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