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Tutti dobbiamo morire.

Per constatare ciò non è necessario ricorrere a erudite citazioni di antichi pensatori, acute osservazioni ottenute tramite ore passate davanti ad un microscopio o ai file di wikileaks riguardanti il colore dello smalto preferito di Angela Merkel.

No, questo tipo di evento è facilmente sperimentabile da chiunque, in un qualsiasi momento della giornata è possibile –in via teorica- imbattersi in esso. Giusto mentre sto scrivendo, non posso escludere con assoluta e totale certezza che da qualche parte nel mondo una persona stia morendo. Può essere la vittima di un omicidio a Parigi, o la dipartita per cause naturali di un vecchio contadino indiano, o magari il suicidio di un ragazzo a Melbourne. O magari un nostro parente nella sala accanto a quella in cui vi trovate ora; e via con altri mille e più casi diversi.

Ma non mi interessa parlare tanto del morire “in sé”, dell’atto con cui nel nostro corpo cessano tutte le funzioni biologiche che fino ad un attimo prima ci avevano conservato in vita. A quel punto, aggiungo io, la nostra anima si separa dall’oramai cadavere e subisce il giudizio particolare, in base al quale le si apriranno le porte del paradiso, le fauci dell’inferno o il purgamento per “eliminare le scorie”. Tuttavia, anche questo al momento è di secondaria importanza.

Ciò su cui vorrei discutere è piuttosto tutto quel che viene prima: la nostra vita, la mia, la tua, quella dell’assassinato parigino e del suo omicida, dell’anziano fattore del Kerala e del giovane australiano e di tutte le altre vite che non posso prendermi la briga di nominare (non sono esperto di matematica, ma credo che tentare l’enumerazione di tutte le persone del mondo porterebbe via un bel po’ di tempo, quindi vedrò d’accontentarmi).

Dicevo: il punto centrale è il nostro vissuto, dal gesto più banale all’azione più eroica ed altruistica, chiedendomi quanto sia legato e visto in ragione di quella promessa che fra tutte le promesse è la più solenne. Quale? Ma quella di cui ho parlato sopra, of course: la promessa che ci viene fatta dalla vita stessa, ossia che la nostra esistenza terrena si consumerà dopo un numero limitato e sconosciuto di anni, senza possibilità di inoltrare reclami.

Mi chiedo quindi, quanti tra coloro che stanno leggendo hanno collegato questi due fatti tra loro, lasciando che possano venirsi a strutturare l’uno in relazione all’altro? Non è affatto una domanda banale, perché le premesse non lo sono affatto: se da una parte infatti sappiamo che finiremo, non sappiamo tuttavia tutto il resto (come, dove e soprattutto quando e perché). Inoltre, anche il vivere come se morte non vi fosse non elimina ovviamente né il dover morire comunque, né l’interrelazione più o meno forte tra i due: io posso tranquillamente adottare uno stile di vita esageratamente edonistico, spendendo a destra e a manca per ogni sorte di confort e di piacere, ma per quanti milioni di euro io investa o per quanti ritrovati scientifici io usi per allungarmi la vita ciò non toglie che non possa egualmente trapassare a causa di un oliva andata di traverso. Evento indubbiamente poco romantico e indegno di diventare la trama di un film di seconda categoria, ma tutt’altro che impossibile a verificarsi. Oltretutto, a che pro comportarsi in questo modo, sapendo che entro poco cesserò di esistere? Forse che l’abbrutimento morale mi porterà a non vedere mai la tomba?

“La morte e la vita rimangono uguali” afferma la canzone Per fare un uomo di Guccini: è profondamente vero ciò che viene espresso, ma non letteralmente. In realtà, qualsiasi evento che noi compiamo in vita, volontariamente o meno influenza anche la nostra morte e ciò che vi è dopo: ogni buna azione morale o quelle moralmente riprovevoli (risparmiare la vita al povero francese), il mangiare o meno un determinato alimento (l’ultima scodella di riso del contadino, anziché una zuppa di verdure), il fare quella determinata cosa anziché quell’altra (evitare di saltare dalla finestra per schiantarsi accanto ad un canguro).

È anche vero, d’altronde, che tutto ciò non cambia in sé né il vivere di una persona né il suo morire: per quanto io possa decidere di ignorare la morte, come già detto, essa alla fine verrà a prendermi, non si trasformerà magicamente in qualcos’altro solo perché mi sono voltato dall’altra parte. Stessa cosa dicasi per il vissuto: anche l’asceta più rigido non può avere fatto a meno di esistere su questa terra prima di ricongiungersi al Creatore.

Ecco l’interrelazione, vivere la vita come se ci si considerasse già morti è l’unica via per avere una buona morte. Questo è comprensibile già con la sola ragione naturale, tant’è che -ad esempio-i Samurai basavano la loro intera esistenza su questo assunto (ovvie tuttavia le differenze culturali tra il Giappone medievale ed il nostro underground culturale cristiano); qui in Occidente non si contano il numero dei santi, persone per la maggior parte comuni ma che seppero vivere la loro vita guardando in faccia il tramonto della stessa. Basti fare il nome di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, il quale scrisse “Apparecchio alla morte”, vademecum per una buona vita incentrata sulla dipartita da questo mondo.

Abbiamo davanti a noi un numero imprecisato ed imponderabile di momenti: alcuni saranno così dolorosi che vorremmo non essere mai vissuti per non averli mai dovuti subire, altri rimarranno impressi nella nostra memoria per la loro incredibile bellezza, altri ancora ci stimoleranno la più completa indifferenza. Comunque sia, la certezza della morte dovrebbe essere quella molla per saper cogliere tutto ciò che di bene v’è nella vita, insegnandoci ad osservarla con gli occhi dell’eternità.


Pubblicato anche su nipotidimaritain.blogspot.it/

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