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Ogni volta che la gente viene a sapere che sono in seminario, la prima cosa che mi dicono (sempre che sappiano che cosa è un seminario, dato non trascurabile vista la generale ignoranza sul depositum fidei), ineluttabilmente, è “allora studi per diventare prete?”. Come una sveglia, una bomba ad orologeria, scatta sempre questa frase, spesso come domanda un po’ stupita, a volte come constatazione incredibile meritevole di premio Nobel da quanto l’interlocutore l’abbia ritenuta ardua da realizzare nella propria mente.

Di solito sino ad ora mi limitavo a sorridere e a rispondere di sì, dilungandomi poi a seconda dei casi e delle richieste su questo o su quell’aspetto della vita seminariale (dove si studia, quando, come, che si mangia, dove e quando si prega, che si fa nel tempo libero ecc…). Fino ad oggi, dicevo: perché giusto ieri notte, prima di recitarmi compieta, sono stato fulminato dal pensiero che, in effetti, la “scoperta” di cui sopra è un’enorme, colossale falsità, o meglio un’imprecisione.

Stupiti? Allora vi propongo un quesito: sapervi rispondere riporterebbe la situazione all’inizio annullando la mia obiezione. La domanda è questa: è possibile in qualche modo imparare ad amare? C’è un corso di studio, un tomo universitario, una guida pratica cartacea o multimediale che insegni dalla A alla Z come ci si innamora e cosa si deve fare una volta che ci si è innamorati? La risposta, cari lettori, è banale e rende ridicola l’affermazione ormai famosa. Semplicemente, no, non esiste niente del genere né mai esisterà. La cosa più simile che vi si avvicina è il Vangelo, ma anche lì è ridicolo prenderlo come banale manuale.

Ma cosa c’entra l’innamorarsi, vi chiederete magari? Invece è fondamentale, decisivo, ed è ciò che contraddistingue maggiormente un sacerdote cristiano da un sacerdote taoista o un bonzo tibetano o uno sciamano animista. Costoro infatti per “svolgere il loro mestiere” non necessitano minimamente della carità; al contrario, il prete cattolico (e volendo anche il pastore protestante, ma in misura minore e vedremo tra poco perché) ha un bisogno viscerale della carità e dell’amore.

Mi spiego meglio: sicuramente avrete tutti presente 1Cor 13, 1-13 (altrimenti andate a leggere e poi tornate qui), l’inno alla carità è sicuramente una delle pagine bibliche più toccanti e sublimi e quella che volendo riassume in un’unica parola l’attrazione che noi proviamo verso Cristo e che Cristo prova verso di noi. Di conseguenza, essendo il sacerdote colui che è preposto non solo all’amministrazione dei Sacramenti, quindi al contatto diretto con Dio, ma anche alla cura pastorale delle anime a lui affidate, necessiterà più di ogni altra cosa della vera carità. Come potrebbe, infatti, celebrare pienamente l’eucarestia con il cuore pieno di astio o disperazione? Come consolare un figlio spirituale se attanagliato dallo sconforto? O peggio, come fare tutto ciò se caduti nell’aridità spirituale, nel mancato contatto con Dio nella preghiera?

Nella “Imitazione di Cristo” (IV. 11. 3) leggiamo: “Quale grandezza, quale onore, nell’ufficio dei sacerdoti, ai quali è dato di consacrare, con le sacre parole, il Signore altissimo; di benedirlo con le proprie labbra, di tenerlo con le proprie mani; di nutrirsene con la propria bocca e di distribuirlo agli altri. Quanto devono essere pure quelle mani; quanto deve essere pura la bocca, e santo il corpo e immacolato il cuore del sacerdote, nel quale entra tante volte l’autore della purezza. Non una parola, che non sia santa, degna e buona, deve venire dalle labbra del sacerdote, che riceve così spesso il Sacramento; semplici e pudichi devono essere gli occhi di lui, che abitualmente sono fissi alla visione del corpo di Cristo; pure ed elevate al cielo devono essere le mani di lui, che sovente toccano il Creatore del cielo e della terra. È proprio per i sacerdoti che è detto nella legge: “siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo” (Lv 19,2).”

Come non sottoscrivere queste parole? La vita del sacerdote è fatta di questo: essere santi e apostoli della carità; il cosiddetto studio viene dopo, è la conseguenza di tali premesse (l’amore verso gli altri spinge -o dovrebbe spingere- ad aumentare la propria cultura sì che gli altri ne possano beneficiare), non è il centro d’essere sacerdote o aspirante tale. È fondamentale di conseguenza per chiunque intraprenda questa via di vita pregare continuamente e con intensità, affinché il Signore possa concedere con lui “un incontro personale e vivo, ad occhi aperti e cuore palpitante” (Giovanni Paolo II).

Ci aiuti la tua grazia, o Dio onnipotente, affinché noi che abbiamo ricevuto l’ufficio sacerdotale, possiamo degnamente e devotamente servirti in illibata purità e limpida coscienza. E se non possiamo vivere con quella innocenza di vita che si dovrebbe, concedici almeno di piangere dolorosamente le colpe commesse, e di servirti, da qui in avanti, più fervorosamente, in spirito di umiltà e nel proposito di una buona volontà. Amen. (Imitazione di Cristo, IV. 11. 3)

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