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Il sacerdote non ha alcun motivo per volersi sposare.

Alt! Prima di prendermi a sassate dandomi dell’oscurantista retrogrado, provate a seguire le poche righe che ho stilato qui sotto: penso proprio che vi ricrederete.

La consapevolezza di tale affermazione mi è sorta subito dopo la terminata lettura di un manga, Evangelion re-take, in cui [OCCHIO SPOILER!] i due protagonisti, Shinji e Asuka, finiscono finalmente a convolare a nozze e metter su famiglia [FINE SPOILER]: abbiamo così finalmente un possibile finale strutturato e non lacunoso della serie (chi anni fa seguì la serie animata e i relativi film sa a che mi riferisco), in cui non guasta ovviamente il lieto fine. Tuttavia non voglio parlare qui del fumetto (si tratta di Neon Genesis Evangelion: basta il nome), dei suoi personaggi o degli intrecci sentimentali e psicologici che vengono descritti in questo spin-off della serie. Essa semplicemente mi serve come trampolino di lancio per proporre la riflessione di cui sopra.

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Finendo di leggerlo, sono rimasto commosso dalla tenerezza dei sentimenti mostrati vicendevolmente tra i due protagonisti: nel momento della crisi, entrambi non rinunciarono addirittura a mettere a repentaglio la propria vita pur di salvare l’amato/a (come prima, non sto a raccontare la trama: chi la conosce sa dei vari problemi che hanno da affrontare, chi non la conosce si informi). Constatando che in ogni caso il tipo di sentimento lì descritto non era una pura finzione letteraria, avendo sotto i miei stessi occhi esempi nel mondo reale che lo ricalcano, mi sono chiesto dal mio punto di vista: dato questo nobile sentimento che i coniugi riescono a sviluppare l’uno nei confronti dell’altro, non sarebbe di conseguenza più utile anche a noi sacerdoti avere moglie? Confesso che per un momento l’idea mi è svolazzata in testa…

Sino a quando ho capito di star vedendo le cose da una prospettiva totalmente sballata: infatti, credevo che l’amore coniugale, quello che vede come “speciale” il proprio partner nei confronti di qualsiasi altra persona, fosse prerogativa esclusiva di due coniugi appunto, e che per ottenerlo fosse necessario entrare in un’ottica di matrimonio. Invece, riflettendo più accuratamente, mi sono reso conto dell’enorme abbaglio: ragionando in tal senso, infatti, sarebbe stato arduo, se non impossibile, giustificare quel che hanno fatto dei santi recentemente ricordati nel calendario romano, ossia Santa Cecilia, San Clemente e i Santi Andrea Dung-Lac e compagni.

Costoro infatti furono tutti martiri, morendo per amore di Cristo e amando i loro stessi persecutori, come del resto Gesù stesso aveva fatto; come giustificare tutto ciò, dando per scontato che le vittime non fossero coniugate con i loro carnefici? Semplice: invertendo la prospettiva del nostro sguardo. Non più “l’amore coniugale è un tipo d’amore unico e esperibile solo nel matrimonio”, ma “il matrimonio sigilla l’amore tra due persone configurandolo come amore coniugale”: non si tratta di due tipi diversi di amore, ma di due modi diversi di viverli. Marito e moglie lo vivono l’uno nei confronti dell’altro, mentre Cristo e i martiri citati sopra (così come le altre legioni di santi non ricordati per semplice brevità) lo vivono nei confronti di ogni uomo: io che scrivo, te che leggi, tutti insomma.

E questo ci riporta al punto iniziale: la questione se il sacerdote possa o meno sposarsi, quindi, non si pone neppure perché l’amore che egli deve esercitare nei confronti di ciascuno (dal proprio vescovo al fedele più impenitente) può già ottenerlo guardando a Cristo, cercando di imitarlo in tutto il suo essere e per tutti i giorni della propria vita.

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