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Papa sì o Papa no? È lui o non è lui? Indubbiamente, questo è uno degli aspetti più curiosi del pontificato di Papa Francesco, il non essersi ancora dichiarato esplicitamente e fuori da ogni dubbio come “Papa della Chiesa Cattolica” è un evento che ha intimorito alcuni, incuriosito altri e messo fine alla permanenza all’interno della cattolicità (=apostasia) per altri ancora. Lungi da me il voler parlare di queste singole persone, vorrei soltanto vedere come, in base a ciò che ci è dato, si possa o meno parlare propriamente di “Papa Francesco”, ossia se Giorgio Maria Bergoglio sia effettivamente il 266° Papa della Chiesa Cattolica, o se non lo sia per tutta una serie di ragioni.

Innanzitutto, dobbiamo partire da quell’atto con cui, la sera del 13 marzo 2013, i Cardinali riuniti in Conclave hanno eletto Giorgio Maria Bergoglio ad una certa carica, ma quale esattamente? Per che cosa i 115 elettori hanno votato il Cardinale argentino?

A dare una risposta a questa domanda, prescindendo da ogni considerazione teologica del fatto in sé, sono le costituzioni apostoliche volte a disciplinare proprio l’elezione del Romano Pontefice; le ultime redatte a tale riguardo sono la Universi Dominici Gregis di Giovanni Paolo II e la De aliquibus mutationibus in normis de electione romani pontificis di Benedetto XVI, nonché sempre di quest’ultimo il motu proprio Normas Nonnullas. In questi documenti, a parte le specifiche tecniche del caso che non ci interessano, viene ribadita la tradizione iniziata da Niccolo II che il Romano Pontefice venga eletto da i Padri Cardinali riuniti in conclave, durante il quale verranno messi ai voti i nomi dei candidati alla carica di Romano Pontefice sino ad elezione avvenuta.

Per chi avesse voglia di andarsi a consultare i testi (Universi Dominici Gregis; Normas Nonnullas) risulterà immediatamente chiaro che chi viene eletto in tal modo non è nominato direttore di una ONG o presidente di una multinazionale, ma il Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica. Non un vescovo qualsiasi, non un primus inter pares, ma proprio lui, il Papa.

Quanto detto, nel frattempo, dovrebbe già aver almeno parzialmente rassicurato gli incerti e inferto una stoccata ai neo-sede vacantisti: quello che hanno rifiutato esplicitamente con deliberato consenso è il 266° successore di Pietro. Urge da parte di questi un approfondito esame di coscienza per evitare di peggiorare la loro già tragica situazione.

Un secondo aspetto da considerare è il Codex Iuris Canonicis, il Codice di Diritto Canonico (per gli amici CIC); esso, nei canoni 330-335, disciplina l’esercizio e la nomina del Romano Pontefice. In particolare, il canone decisivo ai nostri fini è il 331, dove a chiare lettere viene scritto: “Il Vescovo della Chiesa di Roma, in cui permane l’ufficio concesso dal Signore singolarmente a Pietro, primo degli Apostoli, e che deve essere trasmesso ai suoi successori, è capo del Collegio dei Vescovi, Vicario di Cristo e Pastore qui in terra della Chiesa universale; egli perciò, in forza del suo ufficio, ha potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa, potestà che può sempre esercitare liberamente”.

Il Vescovo della Chiesa di Roma: le stesse esatte parole pronunciate da Papa Francesco al momento della sua elezione nonché, curiosamente, dallo stesso Giovanni Paolo II (“gli eminentissimi Cardinali hanno chiamato un nuovo Vescovo di Roma”, nemmeno lui si definì Papa sin dalle prime battute, ); essendo troppo giovane non ho idea però se le notizia a suo tempo fece altrettanto clamore. Tutto comunque si può dire del Beato Giovanni Paolo II, tranne che non si sia mai comportato e mostrato come Papa. Inoltre, a voler essere puntigliosi sino alla fine, nemmeno Benedetto XVI appena eletto esordì con un “sono Papa!”, quasi che a non dirlo ad alta voce come una formula magica il tutto non si avveri.

Abbiamo visto come anche un punto di vista strettamente legalista e giuridico fughi ogni dubbio, soddisfacendo anche i più curiosi e rassicurando quelli ancora preda del timore, nonché seppellendo definitivamente nella loro miseria i neo-sede vacantisti.

Infine v’è un ultimo aspetto da considerare interessante per i timorosi e i curiosoni, nonostante non sia un’altra dimostrazione di quanto detto sopra, quanto piuttosto una derivante da tale ragionamento. Non utilizzando mai la parola Papa, ma sottintendendola (come visto sopra), Papa Francesco ogni volta che si presenta per parlare al mondo è come desse uno schiaffo al relativismo, sottolineando a caratteri di fuoco la frase di nannettiana memoria “le parole sono importanti!”.

Il suo definirsi semplicemente “Vescovo di Roma” riassume in sé il primato petrino del Romano Pontefice, colui che presiede alla carità: con questo sottile gioco di parole del detto-non-detto costringe chi lo ascolta a riflettere, a ragionare, ad indagare la propria fede, ed è per questo a mio avviso che alcuni alla sua elezioni si sono discostati dalla Chiesa, adducendo come scusa ufficiale il mancato rispetto di chissà quali norme liturgico-celebrative. A tal proposito, un piccolo sassolino dalla scarpa: la mozzetta d’ermellino in quanto tale è perfettamente inutile, serve solo a “fare scena”, mentre la stola se non si è “liturgisti della domenica” si sa perfettamente che va indossata per l’atto liturgico in sé, in tal caso la benedizione urbi et orbi, non prima e non dopo; in tal senso, ad indossarla sin da subito appena eletto senza dare subito la benedizione ma parlando alla folla, Benedetto XVI SBAGLIÒ (ebbene sì, sbagliò liturgicamente! Ullallà!).

Come ha scritto giustamente Filippazzi nel suo editoriale per Campari e De Maistre, “l’espressione “Romano Pontefice” altro non è che un sinonimo di “Vescovo di Roma”, stante ad indicare l’inscindibile legame tra il ruolo pontificale e la titolarità della diocesi di Roma. Allo stesso modo, il termine “Papa” non indica un ufficio ulteriore, ma è ancora uno dei titoli propri, anzi il titolo per eccellenza, del Vescovo di Roma, che non può essere tale senza essere Papa e viceversa.” (http://www.campariedemaistre.com/2013/03/lo-strano-caso-dei-due-papi.html).

In conclusione, Giorgio Maria Bergoglio è a tutti gli effetti il 266 Papa in quanto Vescovo di Roma, ma questo a ben vedere lo sapevamo già da circa 2000 anni senza ombra di dubbio: non furono dette a caso le parole “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20), faremmo meglio a ricordarcene più spesso anziché imbastire castelli per aria o fare questioni di lana caprina.

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