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Sono appassionato per natura e per educazione al mondo della comunicazione. A guardare in faccia le persone, e a stimare coloro che incontro. Me lo hanno insegnato mia nonna e mio padre. E di questo sono fiero.
Ma ogni tanto mi chiedo come mai la capacità dell’ascolto sia così poco valorizzata, in particolare nel mondo della rete. O forse, più che l’ascolto, la capacità di riconoscere al volo le novità.
Perché? mi chiederete. Un paio di esempi.

Sabato 1 giugno, in serata, ricevo la notizia della catechista di Segrate, accusata da Repubblicadi avere dichiarato ai ragazzini della cresima che «l’omosessualità è una malattia». Domenica mattina, appena letta la notizia, ho telefonato alla catechista (che conoscevo benissimo, essendo stato sacerdote in quel quartiere per 13 anni) e mi sono fatto raccontare quello che era accaduto. Ovviamente (ma lo dico con amarezza) quanto il giornale riferiva era una pallida ombra di ciò che in realtà era successo. Così ho scritto subito un articolo che ho messo sul sito e che ho inviato, via Twitter, non solo ai miei followers, ma a quasi tutti i giornali di cui conosco l’account. Poi ho telefonato ad amici giornalisti, raccontando l’accaduto. Mi ha sorpreso la risposta di uno di loro che mi diceva che era impossibile, per una sorta di deontologia professionale, intervenire su un argomento già trattato da altri colleghi di altre testate.
Non vi nascondo la mia sorpresa quando oggi (dopo ben 9 – dico nove – giorni) trovo sulla stessa testata del giornalista amico, la notizia del fatto, riportata tra l’altro da un sito che si è mosso dopo avere letto quanto pubblicato da CulturaCattolica.it.
Mi domando: «Perché quella notizia data da CulturaCattolica.it non ha trovato spazio su alcuni media, che l’hanno poi riportata – di seconda o terza mano – molto tempo dopo?» Non può essere segno che abbiamo perso l’abitudine di pensare al nostro mestiere (e dico proprio «nostro» perché sono anch’io pubblicista) come a quei «cercatori di perle» che portano alla luce quanto accade, creando e riconoscendo quei liberi legami che spalancano alla realtà?
Un altro esempio: ItaliaOggi ha pubblicato una bufala (o meglio, una interpretazione scorretta) a proposito degli insegnanti di religione e del giudizio che sono tenuti ad esprimere per l’ammissione degli studenti avvalentisi, agli esami di fine corso. Anche qui: ho tempestato di mail e di tweet il mondo della carta stampata e di internet, col risultato che la notizia sembra essere stata fagocitata e scomparsa nel nulla.
Amara conclusione: ci sono canali preferenziali per le notizie? Ci sono fonti che sono «inquinate» e inattendibili per natura? Ci sono lobbies che si sentirebbero sminuite se dessero credito a chi non è strettamente «del mestiere»?
Mi auguro che si possa ritrovare il giornalismo alla Buzzati e alla Tobagi, che erano maestri nella comunicazione della verità e nella libertà dal pregiudizio.

Anche se con altra angolatura, mi pare che questo giudizio abbia come compagni di strada questo bellissimo articolo di Antonio Socci: «CENTOMILA “INVISIBILI” A LORETO CON IL PAPA» e questa acuta analisi di Ernesto Galli della Loggia: «Una libertà minacciata»

Cultura Cattolica.it  socio di  SamizdatOnLine

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