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La Fragilità fonte di Verità e di vita secondo San Francesco    -PARTE I

Scritto da  P.Pietro Maranesi

1. Introduzione

” Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio. Il servo di Dio non può conoscere quanta pazienza e umiltà abbia in sé finché gli si dà soddisfazione. Quando invece verrà il tempo in cui quelli che gli dovrebbero dare soddisfazione gli si mettono contro, quanta pazienza e umiltà ha in questo caso, tanta ne ha e non più “

In questa famosa ammonizione Francesco di Assisi ripropone uno degli aspetti fondamentali della sua intuizione spirituale: la verità del cuore dell’uomo è raggiunta solo attraverso l’esperienza di povertà e fragilità.

L’affermazione, spesso ricorrente nella serie delle 28 ammonizioni, acquista nel testo sopra proposto una chiarezza e forza di assoluto valore. Anche in questo caso Francesco utilizza la figura letteraria della doppia via alla verità/vita, proponendo il ribaltamento dell’apparente logica presente nelle due possibilità: la vita “soddisfatta”/”forte” è un ostacolo alla verità, mentre la vita “insoddisfatta”/”fragile” rappresenta la vera possibilità per raggiungere la verità e la vita.
Nel primo caso, fino a quando riceve soddisfazione, il servo di Dio, afferma Francesco, non può conoscere “quanta pazienza e umiltà abbia in sé”. La soddisfazione di cui parla il Santo riguarda tutti quegli atteggiamenti o situazioni che in qualche modo sono dovute e necessarie a colui che le riceve. Un altro frammento dalle ammonizioni di Francesco mi sembra chiaro nell’illustrare quanto presuppone il termine nel nostro caso:

” Però, in caso di estrema necessità, lo possono affidare (il frate malato) a qualche persona che debba provvedere (debeat satisfacere) adeguatamente alla sua infermità “

Il brano si trova nel capitolo della Regola non bollata dedicato ai frati malati, dove si ordina di non abbandonarli mai, ma ognuno si prenda cura di essi; solo nei casi di estrema necessità, quando non possono occuparsi di essi, debbono preoccuparsi di affidarli a qualche persona che prenda il loro posto nel “soddisfarli nella loro infermità”, cioè nel dare loro tutto ciò che è necessario per la loro salute. La soddisfazione, dunque, a cui rinvia Francesco nell’ammonizione riguarda tutti quegli atteggiamenti legati al rispetto e alla stima che i frati debbono darsi reciprocamente; la soddisfazione è il nutrimento dell’anima e del corpo che deve essere amministrato e ricevuto perché la propria vita sia dignitosa e sana, cioè perché sia una esistenza soddisfatta. In questa situazione di “giustizia” che dà a ciascuno quanto gli spetta, vi è il rischio, però, per Francesco, di non poter giungere alla verità di se stessi, o meglio al rischio di illudersi o di ingannarsi di essere “servi di Dio”. E’ quanto ricorda Francesco nell’altra ammonizione, dove vuole smascherare una falsa verità che potrebbe emergere quando tutto va bene, quando la vita è soddisfatta e sicura:

“Ugualmente, se anche tu fossi il più bello e il più ricco di tutti, e se tu operassi cose mirabili, come scacciare i demoni, tutte queste cose ti sono di ostacolo e non sono di tua pertinenza, ed in esse non ti puoi gloriare per niente”

In una vita “soddisfatta” vi è il rischio di una menzogna fondamentale: appropriarsi di quanto sta avvenendo, credendo che sia nostro merito. Francesco non solo ricorda che tutto ciò che facciamo di bene, tanto da essere soddisfatti, non è di nostra “pertinenza”, cioè non è nostra proprietà, ma anche ammonisce che potrebbe diventare un serio “ostacolo” qualora impedisse una conoscenza vera di sé. Dunque, una vita soddisfatta dei grandi successi è rischiosa per due motivi: perché fa diventare proprietari di quanto compiuto, e perché mostra una pazienza e umiltà, cioè una quiete e una serenità dell’anima, non del tutto provata e autentica.

Al contrario, il servo di Dio può giungere alla sua verità più profonda, solo quando dovrà patire la non soddisfazione della vita, cioè l’ingiustizia di non ricevere quanto sarebbe stato necessario e dovuto. Interessante la strutturazione della seconda parte della prima ammonizione citatavi, dove consapevolmente Francesco evidenzia quale sia il momento più tragico e difficile dell’esistenza di un uomo: quando “coloro che gli dovrebbero dare soddisfazione gli si mettono contro”. Il momento più lacerante e sconvolgente della vita coincide con l’ingiustizia del non amore e del tradimento ricevuti da coloro che “dovrebbero” darci un tale nutrimento. L’ordine della vita, il dovuto dell’esistenza non solo si interrompe ma si ribalta, mostrando tutta la sua fragilità e contraddittorietà. In questo tradimento esistenziale l’uomo sperimenta fino in fondo la sua “povertà” strutturale, il suo bisogno assoluto dell’altro e dunque la sua fragilità di dipendere dalla gratuità e amore (infedele) dell’altro. Solo in questa situazione di povertà e fragilità il servo di Dio può veramente capire e misurare la verità del suo cuore, la verità supposta della sua pazienza e della sua umiltà. Dopo la lunga serie di affermazioni negative sulle situazioni di falsa gloria, alla fine dell’Ammonizione 5 Francesco offre la soluzione su quale sia il luogo dove incontrare la vera gloria:

” ma in questo possiamo gloriarci, nelle nostre infermità e nel portare sulle spalle ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo “

La vera gloria del servo di Dio sta proprio nelle sue infermità e fragilità. In esse infatti si realizza una doppia operazione, che costituisce la doppia faccia della moneta preziosa ottenuta attraverso la via della fragilità. Da una parte il servo di Dio incontra la verità del proprio cuore liberato da ogni falsa apparenza e appropriazione indebita: la nudità della fragilità è la condizione per vedere oltre i vestiti del successo e giungere a quella carne “povera” ma autentica. Dall’altra, attraverso la povertà crocifissa, nella quale “per ingiustizia” si è cacciati, si può entrare nella via alla vita, perché tramite essa si prende su di sé “la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo”: nudi per unirsi al nudo. La fragilità violenta, sperimentata per ingiustizia, costituisce per Francesco il momento della verità e della vita, solo in quel momento infatti il servo di Dio potrà capire e vivere la sua umiltà e pazienza, cioè la sua unità e somiglianza a Cristo diventando così un uomo perfetto.

Il testo che può essere ritenuto fondamentale per la comprensione dell’esperienza di Francesco è, a mio avviso, il breve ma preziosissimo racconto autobiografico della sua conversione.

“Il signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo.”

A guardare bene il testo, partendo dal nostro punto di vista, sembrerebbe che vi siano due contesti dominati e caratterizzati dal tema della fragilità: l’amarezza provata da Francesco e definita da lui “essere nei peccati” quale fragilità soggettiva, e la situazione di povertà e infermità dei lebbrosi quale fragilità oggettiva. Di fatto nel racconto i due momenti sono tra loro connessi in due serie di incontri avuti dal giovane con quei reietti dove si ribaltano i sentimenti e le relazioni di Francesco nei loro confronti. Più di una volta egli si era imbattuto con la fragilità scandalosa e ripugnante dei lebbrosi la cui vista faceva scattare in lui un senso di amarezza e forse anche rabbia per il fastidio subito da quelle presenze. Ma in quell’amarezza non vi era solo ribrezzo per quella orribile malattia, ma, credo, anche una sorta di rimprovero che inconsciamente o esplicitamente percepiva Francesco: la gloria della tua situazione, il benessere economico con le possibilità che ti dona nel realizzare il tuo sogno di diventare cavaliere non ti sono dovuti. In qualche modo in quei fortuiti incontri essi si ponevano “contro di lui” negandogli dal di dentro la “soddisfazione”, fortemente e costantemente ricercata dal giovane, della gloria di diventare un grande cavaliere. L’incontro casuale e violento con quelle povertà metteva in mostra nell’animo del giovane la sua povertà e fragilità di vivere una vita apparente e fondata sulla non verità. Nell’amarezza che i lebbrosi facevano scatenare in Francesco vi era lo smascheramento di una verità più profonda altrimenti non raggiungibile: io ero nei peccati, cioè in una vita non “soddisfacente”. Questo primo modo di incontrarsi con la fragilità, sebbene costituisse fonte di verità, non era anche motivo di vita. La fuga costituiva la risposta che nasceva dal cuore di Francesco dall’impatto amaro con ciò che negava le aspirazioni e le soddisfazioni verso cui tendeva la sua vita. La fragilità scandalosa dei lebbrosi non sembrava poter essere fonte di vita.
La trasformazione della fragilità in motivo di crescita e rinnovamento dell’esistenza del giovane avviene nel secondo tipo di incontro tra Francesco e i lebbrosi: “e il Signore stesso mi condusse tra di essi e io feci misericordia con essi”. In questo breve racconto, totalmente vago circa gli eventi specifici dell’accadimento, ma assolutamente ricco nell’interpretazione teologica ed esistenziale dell’incontro, Francesco ricorda i due aspetti costitutivi che trasformarono l’impatto con la fragilità scandalosa dei lebbrosi in evento di vita.
L’incontro con la fragilità non è scelta ma accolta e accettata: questa mi sembra essere la prima considerazione da trarre dal racconto, un rilievo che verrà confermato anche negli altri testi che prenderemo in esame. Francesco non dice di aver scelto di andare tra i lebbrosi per far penitenza o per una decisione caritativa, ma ricorda con grande stupore che “il Signore stesso” lo condusse tra di essi. In questa memoria si risente quanto notano concordemente i tre vangeli sinottici nell’aprire il racconto delle tentazioni di Gesù: “fu condotto dallo Spirito nel deserto”.
Non tutte le fragilità, però, sono riconosciute comunque luogo teologico, perché non sempre vi è il coraggio umile e paziente dell’incontro. Francesco riconosce la conduzione di Dio perché ebbe il coraggio di “fare misericordia con essi”. Il termine è di essenziale valore nel linguaggio di Francesco. La misericordia è il dono del cuore al misero, cioè l’entrata radicale nella sua situazione, per condividere dal di dentro la condizione di fragilità di colui che si incontra.
L’atto di verità con la propria fragilità, donato a Francesco dal suo incontro misericordioso con la fragilità dei lebbrosi, si trasforma in via per una vita nuova e finalmente soddisfatta. “E tornando via da essi, quello che mi sembrava amaro si trasformò in dolcezza dell’anima e del corpo”. La prima considerazione che sorge da questa prima conclusione della vicenda riguarda un elemento essenziale della relazione instaurata da Francesco con la fragilità degli altri. L’incontro di misericordia avuto con essi non ha cambiato la loro condizione, l’abbraccio dato dal giovane a quella povertà non ha prodotto un superamento sociale ed economico della fragilità e povertà di quei reietti. I lebbrosi restano lebbrosi. Dunque il fare misericordia non aveva come intenzione né ha prodotto come frutti una trasformazione effettiva della situazione emarginata e sostanzialmente ingiusta vissuta da quei miseri. In ogni caso non è questo l’elemento essenziale ricordato da Francesco. La situazione disperata dei lebbrosi era più grande delle possibilità di intervenire efficacemente da parte di Francesco: egli era una goccia di speranza in un deserto di disperazione, né il suo obbiettivo era cambiare il mondo. Quanto influì sulla loro vita, quanti di quei poveri riottennero la salute, o riebbero la dignità e la speranza? Francesco non dice nulla di tutto questo! Sicuramente non era l’elemento più importante che conservava nella memoria e che volle trasmettere nel suo Testamento. Ciò che invece si impresse indelebilmente nel suo cuore fu la trasformazione avvenuta sulla sua persona: l’incontro misericordioso con la fragilità degli altri aveva prodotto una novità assoluta sulla sua fragilità umana, regalandogli una reale conversione del modo di sentire e vivere la propria esistenza.
La struttura narrativa scelta da Francesco nel raccontare l’evento di svolta della sua esistenza è costruita su di una specie di paradosso: quando viveva nell’autocentratura del cavaliere la sua esistenza era dominata da un sapore amaro, insoddisfatto, incompleto, nel momento invece che si era regalato agli ultimi entrando con umiltà e pazienza nella loro fragilità ebbe in dono il gusto della vita, la dolcezza che rendeva finalmente “soddisfatto” la sua anima e il suo corpo. Nelle parole di Francesco si risente ancora la sorpresa che colse il giovane in quell’apparente contraddittorietà prodotta dall’incontro con i lebbrosi: ottenne la dolcezza dell’anima e del corpo, cioè dell’intera sua esistenza proprio quando smise di cercarla per entrare nella fragilità degli altri. Trovò la vita quando accettò di perderla. Si liberò della sua fragilità angosciata, quando abbracciò la fragilità degli altri. Tutti i concetti centrali dell’identità francescana quali minorità, povertà, semplicità non sono altro che la traduzione di questa esperienza iniziale, dalla quale Francesco ottenne la verità sulla sua persona e la via per raggiunger la vita vera. E’ la scoperta del tesoro nascosto nella povertà del suo terreno: non doveva fuggire la terra ma scavare in essa per trovarvi la perla preziosa.

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