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La lettera inviata da Francesco ad un ministro anonimo costituisce, a mio avviso, uno dei testi più belli e sconvolgenti non solo della produzione del Santo di Assisi, ma dell’intera letteratura cristiana del medioevo.

In essa infatti la logica evangelica scoperta e vissuta da Francesco con i lebbrosi diventa il metro di misura e lo strumento risolutivo per risolvere lo scandalo delle fragilità morali di coloro che ci vivono accanto e dei quali siamo chiamati a prenderci cura. Non è possibile qui prendere in esame dettagliato un testo tanto ricco e impegnativo. Anche in questo caso tenteremo semplicemente di evidenziare la preziosità assegnata da Francesco alle situazioni difficili e contraddittorie che possono crearsi in una comunità di “servi di Dio”. Il peccato, quale manifestazione suprema di fragilità, costituisce, in una tale comunità, un incontro più difficile e scandaloso di quello del male fisico, in quanto emerge e si manifesta in persone tese alla perfezione. La risposta di Francesco – è qui la grande intuizione del Santo nella quale applica quanto vissuto con i lebbrosi – non ha come primo obbiettivo dare al ministro dei suggerimenti o ordini per superare lo scandalo della fragilità, ma vuole innanzitutto aiutarlo nel trasformare quell’esperienza di fragilità in occasione personale di crescita per la sua anima. Per il ministro l’incontro/scontro con la fragilità dei suoi fratelli deve diventare occasione di misericordia, cioè di vita evangelica, unica via, poi, per superare la fragilità che regnava nella sua comunità. Il primo aspetto da rilevare e che accomuna la situazione vissuta dal ministro a quella sperimentata da Francesco con i lebbrosi, riguarda la natura imprevista e non voluta dello scandalo della fragilità. Non sappiamo bene quali fossero le condizioni lamentate dal ministro nei confronti di uno o più frati “peccatori”; in ogni caso anche per lui fu un impatto difficile e sconcertante quello dell’incontro con dei frati “lebbrosi/peccatori”. Al pari di Francesco con i lebbrosi, anche quel ministro rimase sconcertato da quell’esperienza: egli era entrato in convento per vivere una santità piena del rapporto con Dio e aveva sognato di vivere tale perfezione in un eremo, lontano dalla fragilità del quotidiano; e invece si viene a trovare nello scandalo del peccato, in una condizione che gli impediva violentemente e ingiustamente di realizzare quel sogno. Che fare? Intervenire duramente per eliminare quell’ostacolo o fuggire per rifugiarsi nel suo eremo? Nella lettera alla quale Francesco stava rispondendo, il ministro, dopo essersi lamentato dell’incredibilità di quanto stava vivendo in convento con quei frati peccatori ed espressa la delusione irata dello scandalo della fragilità morale di alcuni suoi fratelli, avrà anche chiesto al Santo quale delle due soluzioni dovesse applicare: stroncare il peccato o rifugiarsi nell’eremo. La sorpresa del ministro nel leggere la risposta del Santo sarà stata forse più grande di quella che stava vivendo nelle difficoltà incontrate con alcuni suoi frati. Al centro della risposta di Francesco non vi era, infatti, il problema lamentato dal ministro, cioè il peccato dei fratelli, ma l’anima del ministro: questo era il vero problema del quale Francesco voleva occuparsi.

“A frate N… ministro. Il Signore ti benedica!
Io ti dico, come posso, per quello che riguarda la tua anima, che quelle cose che ti sono di impedimento nell’amare il Signore Iddio, ed ogni persona che ti sarà di ostacolo, siano frati o altri anche se ti coprissero di battiture, tutto questo devi ritenere come una grazia.”

Di fronte ad un ostacolo, ad un impedimento, allo scandalo di una fragilità del fratello (fisica e morale) innanzitutto non devi chiederti, sembra dirgli Francesco, come posso fare per risolvere il problema, ma quale grazia Dio mi sta donando. Tale deve essere infatti per Francesco la certezza che deve illuminare tutto il processo di incontro con quello scandalo: “il Signore stesso” mi sta conducendo dentro questo impedimento perché vuole farmi grazia. Non vi è dubbio che in questo presupposto teologico annunciato al ministro, quale unica possibilità di poter affrontare correttamente la questione del peccato dei fratelli, Francesco ripensava a quanto vissuto con lo scandalo dei lebbrosi: io capii alla fine che quell’incontro, da me non cercato né voluto, fu un atto di grazia donatomi da Dio; tu, caro ministro, devi esserne cosciente fin dall’inizio e questa certezza accompagni il tuo sforzo nel capire cosa fare nei confronti dei tuoi “lebbrosi”. Forse il ministro non avrebbe risolto o eliminato per sempre lo scandalo del peccato tra i suoi fratelli, ma in ogni caso avrebbe ricevuto una doppia grande grazia dal Signore: conoscere meglio la sua anima con i suoi sentimenti più profondi e radicarla nello stile di vita con più profondità nella logica del vangelo. Lo scandalo del peccato, infatti, avrebbe concesso al ministro un primo dono: la verità su se stesso. Puoi salvare il mondo intero, ma se poi perdi la tua anima a che ti giova? La difficoltà che stava vivendo con i suoi frati diventava una preziosa occasione per conoscere se veramente amava il Signore. In quell’ostacolo, nello scandalo della fragilità, il ministro avrebbe potuto verificare se realmente stava camminando verso il Signore, se stava cercando solo lui o invece erano solo pie intenzioni che nascondevano uno spirito da cavaliere o da proprietario. Fino a quando i frati vivevano nella fedeltà alla loro vocazione e dunque liberi dallo scandalo del peccato, egli non avrebbe potuto mai appurare la verità del suo cuore; al contrario, adesso che i suoi frati non gli davano quella soddisfazione che avrebbero dovuto, egli poteva capire quanta pazienza e umiltà aveva nel cuore, cioè quanto veramente fosse servo di Dio e non ripieno di altri sentimenti. Mi sembra che qui risuoni l’altra ammonizione di Francesco, un testo al quale avrà in qualche modo ripensato il ministro nel leggere la risposta del Santo:

“Sono molti che, applicandosi insistentemente a preghiere e occupazioni, fanno molte astinenze e mortificazioni corporali, ma per una sola parola che sembri ingiuria verso la loro persona, o per qualche cosa che venga loro tolta, scandalizzati, tosto si irritano. Questi non sono poveri in spirito, poiché chi è veramente povero in spirito odia se stesso e ama quelli che lo percuotono nella guancia.”

Per il ministro era giunto il momento di verificare la verità del suo cuore: questa era la prima e fondamentale grazia che Dio gli stava donando, facendolo incontrare con lo scandalo della fragilità. L’ostacolo rappresenta per il ministro una parola di obbedienza che gli rivolge il Signore attraverso Francesco stesso: ama la fragilità che è di fronte a te. Nell’amore agli impedimenti, agli ostacoli, cioè ai nemici vi è la sintesi per Francesco dell’obbedienza a Dio, perché in essa vi è la realizzazione definitiva dell’unica vocazione a cui era chiamato il ministro: amare i nemici, cioè amare la fragilità che si opponeva alla sua esistenza, impedendogli apparentemente di realizzare il suo itinerario di santità. In un’altra ammonizione Francesco aveva precisato cosa significhi amare i nemici quale sintesi della vocazione cristiana:

“Ama veramente il suo nemico colui che non si duole dell’ingiuria che l’altro gli fa, ma spinto dall’amore di Dio brucia a motivo del peccato dell’anima di lui. E mostri con le opere il suo amore.”

Nella lettera tale ardore dell’amore al nemico è tradotto da due precisi atteggiamenti suggeriti da Francesco al ministro. Il primo identifica l’amore da donare al nemico con la gratuità assoluta. Se l’amore pretendesse qualcosa negherebbe di conseguenza la sua stessa natura e cadrebbe immancabilmente nell’ira di non essere “soddisfatto” nelle sue pretese. E l’ira, il turbamento sarebbero la chiara testimonianza che nel cuore del ministro non vi è lo spirito del Signore e lui non è un servo di Dio ma un padrone che si adira per quanto non gli è stato dato. Non si tratta di giustificare o di permettere il peccato: esso è motivo di dolore e di dispiacere. Ma il peccato del fratello non potrà mai condurre all’ira, perché essa nega la carità, in quanto rivela un cuore non di fratello e di servo libero da ogni possedimento, ma uno spirito da proprietario che si turba se la sua proprietà è stata toccata o deturpata.
Il secondo atteggiamento che verifica e traduce l’amore verso l’ostacolo, verso la fragilità quale via della vita è rappresentato dalla parola magica di Francesco: la misericordia o tenerezza.

“E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore ed ami me suo servo e tuo, se farai questo, e cioè: che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto poteva peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, mai se ne vada senza la tua misericordia, se egli chiede la misericordia; e se non chiedesse la misericordia, chiedi tu a lui se vuole la misericordia. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attrarlo al Signore; ed abbi sempre misericordia per tali fratelli.”

Mentre precedentemente la prova dell’autenticità del desiderio di santità quale amore di Dio era identificato nell’amore gratuito nei confronti della fragilità morale dei fratelli, adesso Francesco introduce una seconda modalità di verificare e vivere l’umiltà e la pazienza dell’amore: la misericordia degli occhi quale traduzione della misericordia del cuore.
Il linguaggio paradossale utilizzato dal Santo nei confronti del peccato dei fratelli contiene una importante verità. Un frate che abbia peccato “quanto poteva peccare” e che “mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi” è nella stessa condizione di un lebbroso: egli, come quello, non può liberarsi dal suo male, dalla sua radicale fragilità che lo umilia e lo tiene schiavo. E la sua condizione, con le sue ferite aperte, sono tanto dolorose e ributtanti quanto quelle del lebbroso. La domanda posta in qualche modo da Francesco al ministro riprendeva quanto da lui vissuto con i lebbrosi: qual è la tua reazione davanti a questo spettacolo? Con quali occhi guarderai alle loro ferite? Avrai la capacità di avere occhi di misericordia o ti girerai dall’altra parte scandalizzato e irato per quella povertà? La fragilità del fratello di fatto obbliga il ministro ad interrogarsi sui suoi occhi: mostrano l’ira e il turbamento o la tenerezza e la misericordia? Sono occhi di un padrone irato o di una madre tenera? Le piaghe morali del fratello chiedono al ministro di vivere fino in fondo la sua vocazione di ministro e servo, di madre e fratello in uno stile di vita guidato dalla pazienza e dall’umiltà.
Per aver occhi di misericordia occorre, secondo Francesco applicare una precisa tecnica, che potremmo chiamare la sua regola d’oro, quella che unica può garantire un vero atteggiamento di misericordia. Essa è suggerita al ministro poco più avanti nella lettera:

“Lo stesso custode provveda misericordiosamente a lui (al peccatore), come vorrebbe si provvedesse a lui medesimo, se si trovasse in un caso simile.”

Per abbracciare con misericordia la fragilità degli altri occorre entrare in quella fragilità e condividerne la situazione. La possibilità, dunque, di “avere occhi di misericordia” è legata da Francesco ad un processo minoritico di sostituzione-identificazione, nel quale si deve prima diventare come l’altro, entrare nel suo stato minore, ascoltare i suoi sentimenti, e così poter, infine, assumere gli atteggiamenti più adeguati alla situazione e agire in suo favore. Un uomo che vive questo meccanismo di misericordia è giudicato da Francesco beato:

“Beato l’uomo che offre un sostegno al suo prossimo per la sua fragilità in quelle cose in cui vorrebbe essere sostenuto da lui, se si trovasse in un caso simile.”

La misericordia non è, dunque, per Francesco l’atteggiamento del cuore di chi con benignità e benevolenza si abbassa umilmente e pazientemente verso il misero, facendo, però, in tal modo risaltare ancor più la differenza “superba” con il bisognoso. Pur restando la diversità/differenza tra il sano e il malato, tra il ministro e il peccatore, un agire guidato veramente dalla misericordia, cioè dal cuore donato al misero, è possibile, secondo Francesco, solo se si compie un viaggio di spoliazione verso il basso, ossia un processo di sostituzione, dove il “ricco” prende il posto del “povero”, il sano diventa come il malato, il virtuoso come il peccatore. La misericordia è possibile, sembrerebbe dire Francesco, solo nella condivisione della necessità. Solo allora sgorgheranno sentimenti adeguati, guidati dall’umiltà e dalla pazienza. La fragilità accolta rende il cuore dell’uomo misericordioso, cioè tenero e capace di relazioni nuove e rinnovanti.

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L’ultimo testo racconta una specie di parabola che però si aggancia e rinvia ad una situazione esistenziale vissuta effettivamente dal Santo verso la fine della sua vita. Il testo è costruito sulla struttura dell’ammonizione 13, quella con cui abbiamo aperto questo itinerario.

La vera letizia è raggiungibile solo quando l’uomo possiede con pienezza la vera pazienza e umiltà, quando cioè ha trasformato la sua anima liberandola da ogni atteggiamento di possesso e arroganza. Ed è per questo che non potrà mai essere nella vera letizia fino a quando Francesco sarà un dominante vittorioso, come è raccontato nella prima parte della parabola. La validità di quanto nato da lui è confermata a tre successivi livelli: i grandi della terra (vescovi, maestri di università e principi) entrano nel “suo” Ordine, i “suoi” frati vanno tra gli infedeli e li convertono, lui stesso compie prodigi e meraviglie. La struttura narrativa è a forma di imbuto: tutto il mondo, i miei frati, “io”, un ordine nel quale tutto conduce alla sua persona quale principio positivo da cui è nato un grande albero pieno di frutti. E Francesco poteva considerarsi a buon diritto pienamente “soddisfatto” e “gratificato” del lavoro fatto e confermato dal successo della sua opera. Eppure, conclude Francesco: “Scrivi frate Leone, qui non vi è la perfetta letizia”, perché, sembrerebbe subito dopo aggiungere il Santo, “tutte queste cose ti sono di ostacolo e nulla ti appartiene e in esse non ti puoi glorificare per niente”. Per Francesco questi risultati di grande successo non solo non possono essere considerate fonti di vera letizia, ma costituiscono situazioni di grave rischio. L’imporsi della fama dell’Ordine in tutto l’Occidente cristiano, l’efficacia missionaria dei suoi numerosi frati, la santità ormai da tutti riconosciuta della sua persona potevano forse diventare per Francesco degli impedimenti sia per conoscere fino in fondo la verità profonda della sua persona, sia per percorrere in pienezza la via del Vangelo. Una domanda si ergeva di fronte a questa gloria del “suo” Ordine: i sentimenti di pazienza e umiltà vissuti dal Francesco vincitore erano frutto di una vera “virtù”, cioè, di una sua adesione al mistero di Cristo o nascevano dal piacere soddisfatto dei risultati? Inoltre il Francesco riconosciuto e acclamato non rischiava di rientrare in quella autocentratura del cavaliere vincitore o del proprietario arrogante, con la conseguenza di vivere di sé e per sé e non più come dono gratuito e misericordioso?

I risultati raccontati da Francesco potevano essere considerati “letizia”, ma non “vera e perfetta letizia”. Essi erano legati al mistero di Cristo quale fonte di letizia, ma non era sicuro che in lui si trovasse il “vero e perfetto”, unico motivo di letizia. Al contrario, le gravi difficoltà sorte alla fine della vita tra Francesco e i suoi frati, quelle a cui rinvia Francesco nel racconto della seconda parte, erano più preziose e importanti dei grandi risultati, perché solo in esse Francesco trovava una “vera e perfetta” opportunità di verità e di rinnovamento della vita. La seconda parte della parabola racconta proprio questa dinamica di vita che passa attraverso la contraddizione e la fragilità della condizione umana.

«Ma quale è la vera letizia?».
«Ecco, io torno da Perugia e, a notte profonda, giungo qui, ed è un inverno fangoso e così rigido che, all’estremità della tonaca, si formano dei ghiacciuoli d’acqua congelata, che mi percuotono continuamente le gambe fino a far uscire il sangue da siffatte ferite. E io tutto nel fango, nel freddo e nel ghiaccio, giungo alla porta e, dopo aver a lungo picchiato e chiamato, viene un frate e chiede: «Chi è?». Io rispondo: «Frate Francesco». E quegli dice: «Vattene, non è ora decente questa, di andare in giro, non entrerai». E poiché io insisto ancora, l’altro risponde: «Vattene, tu sei un semplice ed un idiota, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te». E io sempre resto davanti alla porta e dico: «Per amor di Dio, accoglietemi per questa notte». E quegli risponde: «Non lo farò. Vattene al luogo dei crociferi e chiedi là».
Ebbene, se io avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, io ti dico che qui è la vera letizia e qui è la vera virtù e la salvezza dell’anima».

Al Francesco cavaliere e proprietario viene sostituito un Francesco dominato da una doppia fragilità: quella di essere pellegrino e di diventare poi forestiero.
In quella notte di inverno, tornando da Perugia al convento della Porziuncola, Francesco sperimenta con brutale evidenza e per l’ennesima volta la fatica della fragilità fisica. Come gli altri poveri e pellegrini, in quel tragitto di 15 km era stato sopraffatto dall’urgenza dei bisogni primari: la fame, il freddo e la stanchezza. Ed è difficile per un pellegrino vivere nella letizia e resistere a lungo quando entra in balia di quelle fragilità che pretendono subito di essere soddisfatte. Tuttavia, contrariamente a molti altri poveri, Francesco in quelle difficoltà aveva una certezza che sosteneva il suo cammino e lo rendeva meno penoso: quando arrivo al convento sarò “soddisfatto” in tutti i miei bisogni fisici insieme ad una calda e gioiosa accoglienza dei “miei” frati. Torno a casa e smetto di essere un pellegrino! Gli avvenimenti però lo sorprendono e lo obbligano non solo a restare pellegrino ma a diventare anche forestiero. Ciò che lo stava aspettando avrebbe aggiunto alla sofferenza del corpo il travaglio dell’anima, chiedendo al Santo di verificare quale fosse la verità del suo cuore ed abbracciare di nuovo la vita vera del vangelo.
Nel dialogo tra Francesco e il frate portinaio vi è una sorta di crescente tensione dominata dal rifiuto ingiusto e violento, al quale il Santo oppone una serie di nuovi e disperati argomenti che gli evitino di diventare un forestiero senza più casa e famiglia. In tre riprese Francesco tenta di farsi aprire la porta. Innanzitutto proclama il suo nome “frate Francesco”, quel famoso nome da cui tutto era nato e che tutti conoscevano: era sicuro che sarebbe stata la chiave per aprire senza difficoltà quella porta chiusa della Porziuncola. Alle obbiezioni del portinaio, però, egli “insiste” tentando di far valere i suoi diritti e di far ragionare il frate: non era possibile né accettabile una tale situazione e dunque incalza per cambiarla e ottenere quanto gli spettava. Tutto inutile! Il frate non voleva aprire; di fronte a tale ostinazione, Francesco utilizza l’ultimo strumento che nel medioevo apriva ogni casa ad un pellegrino che bussava: “Per amor di Dio”. A questa progressiva “umiliazione” a cui è obbligato il Santo, che da “frate Francesco” diventa “un povero pellegrino”, corrisponde la durezza ingiusta del portinaio, il quale dopo un tentativo di nascondere il vero motivo del rifiuto, adducendo vaghi motivi morali (“non è ora decente questa”), gli rivela la vera causa della chiusura: “tu sei un semplice ed un idiota, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te”. In queste parole era condensato il nucleo delle tante tensioni finali tra i frati dotti e la sua persona: tra di essi non vi era più un accordo ideale, le differenze di vedute erano sempre più evidenti e laceranti. Stava avvenendo una sorta di marginalizzazione del Santo, non solo perché egli non era più conosciuto personalmente da molti frati della seconda generazione ma anche perché avvertito come scomodo e d’impedimento per gli sviluppi di un Ordine che si stava espandendo e imponendo nella Chiesa. Negli ultimi anni Francesco stava vivendo un po’ come davanti ad una porta chiusa. In quella notte invernale era giunto il momento in cui coloro che dovevano dargli soddisfazione nel corpo e nell’anima gli si ponevano contro, obbligandolo a diventare un forestiero e un reietto, cioè a sperimentare fino in fondo la fragilità della sua condizione. Quella porta restata chiusa e le parole del portinaio, che con disprezzo gli suggeriva di andare dai crociferi, costituivano per Francesco una domanda imprevista e violenta riguardo alla verità del suo cuore: “sei tu veramente frate Francesco?”. Denudato di ogni suo possesso e gloria Francesco deve sperimentare nuovamente la sua fragilità per verificare definitivamente quali siano le logiche che guidano il suo cuore e dunque quale sia la sua identità.
I lebbrosi ospitati nella casa dei crociferi gli avevano messo in luce la verità del suo cuore ancora dominato dal desiderio di potere e vittoria, per rimetterlo nella sequela di Cristo nudo e povero. La situazione di contraddizione, di ingiustizia, di povertà, cioè la situazione di fragilità nella quale Francesco si viene a trovare diventa un passaggio di grazia per la sua anima, per la sua identità vocazionale. Tramite essa il Santo riesce a far luce sul suo cuore scoprendo la tanta fatica che ancora faceva nell’accettare di essere un pellegrino e forestiero; nello stesso tempo, lasciandosi abbracciare da quella povertà, giunge alla riconsegna autentica di sé al mistero di Dio e dei fratelli. Nel disprezzo del frate che lo invitava ad andare ai crociferi, vi era una verità importante per Francesco: se vuoi sapere chi sei e cosa devi fare, ritorna dai lebbrosi ed essi ti ricorderanno qual è il senso della vita che è apparsa in tutta la sua bellezza e forza nel Cristo crocifisso.
La vera letizia del cuore dell’uomo non è la conquista del mondo intero, ma neppure la difesa delle grandi e sante strutture che vengono messe in forse dall’infedeltà degli altri, la vera letizia non è il ristabilimento di un ordine e di una verità negata ingiustamente dai prepotenti. La vera letizia è assomigliare a colui che fu ingiustamente crocifisso senza ribellarsi. E nella sua sequela, in questa fedeltà personale ad uno stile di vita misericordioso, che accoglie la fragilità del mondo per amarla da di dentro, vi è la prova di una autentica “virtù” cioè di una vera forza spirituale dell’uomo. Nel fuoco delle contraddizioni e degli ostacoli che si prova l’oro di uno spirito. La somiglianza al Cristo crocifisso è infine l’unica possibilità per Francesco di salvare la sua anima, cioè la sua identità e il mistero della sua persona. Quando si era presentato alla porta del convento aveva proclamato di essere “frate Francesco”, ma la possibilità di dirlo in pienezza e in verità, cioè di vivere la sua identità, scelta all’inizio come dolcezza della sua anima, era legata a quell’ulteriore viaggio in cui sarebbe stato spogliato di tutto per restare “senza nulla di proprio”. Solo nell’incontro doloroso e deludente del mistero della fragilità, Francesco riesce a giungere allo smascheramento dei suoi sentimenti, forse ancora impastati di desiderio di supremazia e potere, e riconquistare la sua anima per vivere in pienezza la nudità del Cristo Crocifisso.

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Di fronte alla fragilità e alla povertà della condizione umana, che spesso si erge violenta e inarrestabile stravolgendo la vita dell’uomo, quale giudizio e atteggiamento si deve avere? Hanno un valore o sono solo fallimenti causati da uno stato di fragilità e debolezza?

La risposta data da Francesco nasce da un presupposto preciso: dipende da chi si pone di fronte a questa situazione. Solo un “servo di Dio” può riconoscere negli ostacoli e nelle fragilità una grazia e un dono. Indubbiamente anche a livello antropologico, senza includere l’esperienza di fede, le difficoltà sono riconoscibili come fonte di maturazione. Tuttavia, solo un “servo di Dio”, che ha incontrato il “Servo di Jahvè”, colui cioè che è entrato nella fragilità umana per amarla e così mostrare il cuore misericordioso di Dio che cambia la storia del peccato in evento di gloria, può riconoscere nello scandalo della fragilità fisica e morale l’ultimo e più importante motivo per abbracciare con fiducia quelle povertà. La logica affermata da Francesco è compresa e affermata da un “servo di Dio” ed è proposta a “servi di Dio”, altrimenti in molti suoi passaggi diventa molto difficile da capire e accettare. Eppure essa non contraddice o si oppone ad una attenta lettura della vita umana, la quale fiorisce in umanità solo mediante dinamiche di accoglienza e accettazione delle nostre fragilità. Nella fede questa umanità trova un motivo in più, quello definitivo, per guardare alla fragilità senza entrare nella guerra e nella violenza di morte.
Nello stesso tempo una seconda conclusione va subito tirata da quanto letto in Francesco. Non si cercano né si debbono volere le fragilità fisiche e morali: la malattia, la fame, la nudità, come la discordia, la sopraffazione, l’ingiustizia sono mali da rifiutare e vincere, e dei quali un giorno saremo liberati definitivamente. Mi sembra che in nessun passo Francesco lodi come positive queste situazioni, anzi nella “Perfetta letizia” tenta in più modi di evitare la sofferenza della fragilità fisica e morale. Sono esse a venirci incontro obbligandoci alla sofferenza e al dolore, e dunque ad entrare in dinamiche spirituali nelle quali incontriamo la profondità del mistero della nostra esistenza, molto di più che quando viviamo la superficialità delle nostre vittorie.
Quando vengono e ci prendono per mano, sconvolgendo il nostro vissuto, che fare? E’ qui che si inserisce la risposta evangelica di Francesco. Non fuggire nell’ira o nella ribellione, ma guardando a Cristo abbraccia con misericordia la tua fragilità nelle fragilità dei tuoi fratelli. Le contraddizioni laceranti e offensive della nostra vita, i momenti di nudità e fallimento, l’esperienza di fragilità sono momenti preziosi per giungere alla verità della nostra umanità, lasciando emergere, secondo quanto visto nei testi di Francesco, due stili di vita: l’ira e il turbamento del cavaliere e del proprietario o la pazienza e l’umiltà del fratello e madre. Solo in quei momenti l’uomo conosce fino in fondo se stesso ed è obbligato a scegliere se lasciarsi condurre da uno spirito di possesso e dunque di violenza, o da uno spirito di accoglienza e dunque di misericordia. Solo nelle fragilità il “servo di Dio”, l’uomo evangelico, cioè l’uomo vero proclama e vive la dinamica della vita donata, della misericordia gratuita nella sequela forte e coraggiosa di colui che è diventato amore crocifisso e risorto.
Un terzo importante elemento sottolineato da Francesco nei testi che abbiamo letto riguarda il fine di questo processo di misericordia nelle situazioni di fragilità. L’accettazione umile e paziente degli ostacoli, quali eventi di grazia per l’anima del singolo, non mira ad ottenere meriti mediante un meccanismo di espiazione: “soffrire” per “scontare” i peccati in modo da attendere poi una ricompensa da parte di un Dio altrimenti irato nei nostri confronti. La misericordia del cuore, vissuta nell’accettazione del travaglio della fragilità, è in sé già un evento di vita, un processo nel quale si difende la propria vita, facendola crescere e approdare alla dolcezza e alla vera letizia. Forse l’impegno per un mondo liberato dalle sue fragilità non condurrà sempre e comunque ad una sua effettiva trasformazione, tuttavia il travaglio vissuto da colui che si rende povero di spirito, afflitto, mite, assetato e affamato di giustizia, misericordioso, puro di cuore, operatore di pace, perseguitato a causa della giustizia, donerà ogni volta al “servo di Dio” la vera “beatitudine”.
Ogni volta che Francesco si è spogliato delle sue vesti di cavaliere e di proprietario o si è lasciato spogliare dalle situazioni di ingiustizia e di violenza, proclamando la sua fragilità e accogliendo nella pazienza e nell’umiltà la fragilità degli altri è entrato nella vita vera. E nell’ultimo atto della sua esistenza, quando la sua fragilità venne messa pienamente e radicalmente a nudo volle spogliarsi per l’ennesima e definitiva volta:
Quando mi vedrete ridotto all’estremo, deponetemi nudo sulla terra e dopo che sarò morto, lasciatemi giacere così per il tempo necessario a percorrere comodamente un miglio .
Il racconto di Tommaso da Celano che mette in bocca a Francesco questa richiesta, ultima prima della morte, rivolta ai suoi frati, si pone in continuità e conferma l’intuizione evangelica della vita incontrata con i lebbrosi e riproclamata tante volte nella sua esistenza. Per entrare nella vita occorre riconoscere e accettare nell’umiltà e nella pazienza di essere nudi, senza nulla di proprio, e tale riconoscimento avviene soltanto nell’incontro misericordioso con le fragilità dell’altro, che ti chiede di entrare nella sua povertà. La ricchezza di Francesco era stato lo spogliamento delle sue vesti da cavaliere e di proprietario per diventare libero e generoso nel donare misericordia a tutti i nudi, ed essere così ricoperto e rivestito dell’amore di Dio manifestato e proclamato da colui che nudo pendeva sulla croce.

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